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Il Paese del Sole, invaso dai saraceni di casa nostra

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Pubblicato il:22 Luglio 14

Da: Linkiesta -

Cosa succede a sud di Roma? Angelo Mastrandrea nel suo Il Paese del Sole racconta le nuove condizioni di vita e di lavoro del Sud Italia negli anni della grande crisi. Una crisi economica, antropologia, collettiva, che investe il paesaggio, il lavoro, i modi di produrre, gli stili di vita, la quotidianità e il futuro. Ecco tre estratti dai capitoli sul Lazio, la Campania e la Calabria.

Furore sulla Pontina
Non sarà la Route 66 di Steinbeck, la via Appia, né il Lazio l’Oklahoma di Furore. Non c’è Tom Joad a fare l’autostop in questo cimitero industriale del basso Lazio che avrebbe potuto essere come una campagna del West e invece rassomiglia più a una periferia di Detroit, ma qua e là qualche prostituta africana con tutt’altro obiettivo. Però, a passarci una giornata intera, capisci che la Grande Crisi è qui, ora, e non c’è inganno mediatico o escamotage politico che possa fermarne l’impetuosa avanzata. È economica ed ecologica, antropologica e collettiva, investe i modi di produrre e gli stili di vita, la vita quotidiana e il futuro imminente, tocca trasversalmente le persone di mezza età che vengono a trovarsi senza ruolo in una società che la Costituzione vuole fondata sul lavoro, esodate dal mondo che avevano conosciuto, e quella generazione che il premier Mario Monti, il giorno dopo essere stato incoronato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano erede di Silvio Berlusconi, in tutta onestà definì «perduta»: quei giovani-giovani sotto i trent’anni e i trenta-quarantenni che un lavoro vero non l’hanno mai conosciuto e hanno agito da inconsapevoli pionieri di un sistema «dopo Cristo» in cui il welfare che ha protetto i loro genitori non sarà più garantito a nessuno, e in cui ogni homo sarà homini lupus. Sarà importante provare a svelarne meccanismi e retroscena, da piccoli scienziati della contingenza quali noi giornalisti aspiriamo a essere.
Questo viaggio, che si propone di osservare da vicino quella che il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha definito «mezza Grande Depressione» ma che con ogni probabilità, per quel pezzo d’Occidente che affaccia sul mare nostrum Mediterraneo, “culla della civiltà”, è priva di mezze misure, ha inizio davanti a un cancello scorrevole che è impossibile oltrepassare, in una delle tante macchie d’asfalto che punteggiano come nei la campagna di Cisterna di Latina. Il piazzale della Hydro Aluminium Slim è denominato, con un pizzico di pomposità e scarsa fantasia, «piazza dell’alluminio».
Non sono venuto fin qui per errore. Non fosse stato annullato all’ultimo momento il sit-in dei dipendenti contro la più grande fabbrica metalmeccanica del Lazio, che ha deciso di congelare per due anni la quattordicesima e di restituirla a piccole rate a partire dal 2015, questa discesa nelle viscere della Grande Crisi avrebbe beneficiato, con ogni probabilità, di un incipit con più pathos. Invece, alle due del pomeriggio di una giornata la cui luce promette primavera ma è oppressa da uno strato uniforme di nubi, di quelle che rendono l’umore cangiante come il vento che soffia con alterna intensità, la sensazione è quella di esordire con una falsa partenza, come in talune gare di Formula 1 in cui un pilota si lascia tradire dalla frenesia e sgomma prima del via o come accadde a quei tre emigranti che all’indomani dell’Unità d’Italia decisero di attraversare l’Oceano per rientrare in Italia dall’Uruguay con un’imbarcazione costruita da loro, ma appena abbandonato il Rio de La Plata furono traditi dalla bonaccia.
C’è aria di bonaccia anche nella «piazza dell’alluminio», ma il viaggio non è stato del tutto vano. C’è infatti, a sorvegliare l’entrata e l’uscita dei lavoratori, il segretario locale della Fiom, Tiziano Maronna, pronto a illustrare perché l’esito della trattativa in questa fabbrica costituirà un piccolo paradigma per i futuri rapporti aziendali in tutta l’area. Alla Hydro Slim – spiega – è in gioco l’applicazione del Piano Marchionne in una industria che non sia la Fiat. E questo, con i suoi 430 operai, è lo stabilimento più grande di un’area in cui, ai tempi d’oro dell’industrializzazione del Centro-Sud, si contavano una quarantina di fabbriche metalmeccaniche. La partita in corso alla Hydro Slim riguarda le quattordicesime, appunto, e altri ammennicoli garantiti da un accordo integrativo: indennità per la sede disagiata, trasporti, mensa. Poco male, si potrebbe pensare, se salta la quattordicesima rimangono le altre tredici mensilità. Ma se si pensa che la paga base di un metalmeccanico di terzo livello – il più comune – è di appena 1.100 euro al mese, e se si considerano le spese di viaggio per arrivare fin qui si capisce come anche un piccolo bonus possa rappresentare una salvifica boccata d’ossigeno. In un paese come l’Italia in cui la Grande Crisi ha provocato sinora – contrariamente alle previsioni degli esperti – un aumento dell’inflazione proporzionalmente commisurato al calo del prodotto interno lordo – anche se da qualche mese a questa parte non è più così e i prezzi hanno preso a calare, ci informa l’Istat – a un operaio non rimane molto per condurre un’esistenza dignitosa. E quando leggiamo le aride cifre dell’Istituto nazionale di statistica, secondo il quale 6,7 milioni di persone in Italia sono in una condizione di «grave deprivazione», non possiamo fare a meno di pensare che i 430 operai della Hydro Slim non possano essere tra questi, vieppiù se dovessero venire a mancare loro i 2.500 euro all’anno che perderebbero se passasse il piano aziendale.
Si intuisce che la partita è grossa: il Piano Marchionne – una strategia pianificata a tavolino di compressione di costi e diritti, che utilizza la crisi come grimaldello per far passare restrizioni che in un altro contesto sarebbe stato impossibile anche solo immaginare – esteso a macchia d’olio su quel che resta del tessuto industriale ita- liano, dovrebbe garantire la convenienza per le aziende a rimanere in Italia piuttosto che a delocalizzare nei paesi dell’Est o a produrre nell’Estremo Oriente. A maggior ragione se i costi vengono scaricati sullo Stato, che da quando è cominciata la Grande Crisi non ha lesinato la concessione degli ammortizzatori sociali a chiunque ne facesse richiesta, specie se si tratta di una multinazionale. Invece, spiega Maronna, più le aziende sono piccole e meno possibilità hanno di vedersi concedere stati di crisi, anche se spesso sono loro ad averne maggiore bisogno.
Si comprende la frustrazione dei sindacalisti, specie dei più battaglieri. Stretti nella morsa del ricatto occupazionale, si trovano a dover negoziare sempre il meno peggio, al massimo la conserva- zione di qualche diritto e mai una sua estensione, con il risultato di risultare troppo estremisti agli occhi di quei lavoratori timorosi di perdere il posto di lavoro e troppo cedevoli per i gusti degli operai più arrabbiati.
«A fare i piani industriali ormai sono le banche, con i soldi pubblici», mi dice il segretario della Cgil Giovanni Gioia, che incontro nel suo ufficio alla Camera del lavoro di Latina. Alle pareti della stan za non c’è il solito Pellizza da Volpedo che si incontra regolarmente in sedi di questo genere, ma una sorta di Quarto Stato col turbante. Sono indiani sikh, gli “invisibili” delle campagne non rovinate dal cemento e dall’industria, e l’immagine immortala la prima volta che sono scesi in piazza per rivendicare i loro diritti. Era il 26 maggio del 2010, e si capisce che l’esser riuscito a far manifestare un migliaio di coraggiosi esponenti della “little India” pontina è il fiore all’occhiello dell’attivismo sindacale di Gioia, anche se da allora molto poco è cambiato per gli immigrati, impiegati negli allevamenti di bufale e nella raccolta di zucchine e cocomeri, sfruttati e malpagati oggi più di ieri. Già al telefono, Gioia si era presentato come una possibile miniera di infomazioni. A passarci una giornata insieme si fa in tempo ad apprezzarne la profonda conoscenza del territorio, delle sue storie e dei personaggi, di solito sconosciuti ai più, che lo rendono vivo. Sarà il primo, importante, compagno di strada di questo viaggio.
Per capire cosa stia a significare l’affermazione che ormai sono le banche a fare i piani industriali non è necessario spostarsi molto. A qualche chilometro di distanza dalla Hydro Slim c’è l’unico stabili- mento italiano della Findus. Lì dentro fanno i “Quattro salti in padella”, i “Sofficini”, i bastoncini di pesce e tutti gli altri prodotti surgelati che troviamo nei supermercati con il marchio del capitano dalla barba bianca che con un sorriso rassicurante ci garantisce la qualità del pescato. Il caso della Findus è paradigmatico di come il finanzcapitalismo – come ha efficacemente denominato il modello economico dominante, con un neologismo forse cacofonico ma lucidamente esplicativo, il sociologo Luciano Gallino – abbia ormai in pugno anche la produzione e di quanto assoggetti quest’ultima alle esigenze finanziarie. A partire dal 2000 la società, nata in un paesino svedese negli anni cinquanta, ha cambiato proprietà tre volte, passando da un fondo di private equity a un altro, e in ogni passaggio ha lasciato per strada un impressionante numero di lavoratori, che dai 1.300 di inizio millennio sono ormai ridotti a 350, cosa che fa dire al nostro sindacalista cicerone che ormai lo stabilimento laziale è «una portaerei che viaggia come un motoscafo», al 45 per cento della sua capacità produttiva.
Alla Findus di Cisterna tutto comincia nel 2010, quando la Unilever Italia – ramo nostrano della multinazionale anglo-olandese che commercia anche i gelati Algida – vende il frozen food – ovverossia la fabbrica in questione, la sede di Roma e il marchio Findus Italia – alla Compagnia italiana surgelati (Csi), che a sua volta è di proprietà della Byrd’s Eye Igloo, società che ha rilevato anche gli altri tre stabilimenti europei – due in Germania e uno in Inghilterra – e il marchio Igloo. La Byrd’s Eye Igloo, a sua volta, fa capo a Permira, un fondo di private equity finanziato in gran parte da Goldman Sachs. L’operazione costa ai finanzieri 805 milioni di euro. Nonostante il credit crunch, la società ha un giro d’affari di circa 450 milioni di euro e un margine operativo lordo attorno agli 85 milioni. I margini per rilanciare ci sarebbero tutti. Invece l’obiettivo è ridimensionare, in nome dell’«incremento di produttività e di efficienza organizzativa». Il sospetto, fondato, è che ai finanzieri interessi poco la produzione e molto più ristrutturare l’azienda in modo da poterla in seguito rivendere, se sarà il caso, come un usato sicuro.
A pochi mesi dall’insediamento la nuova società apre una procedu ra di cassa integrazione per 152 lavoratori e una di mobilità per altri 97, e disdetta immediatamente tutti gli accordi sindacali integrativi, tornando al contratto base dell’agroindustria. Nel marzo scorso arriva, del tutto inattesa, una seconda mobilità, con altri 127 esuberi. Nel frattempo, all’interno dello stabilimento aprono due uffici interinali, uno dell’Adecco e un altro della Ramstad, che sfornano contratti anche solo di un giorno per far fronte alle esigenze produttive, in particolare per sostituire il ricorso al lavoro stagionale. In questo modo, il capolavoro è compiuto: il personale è dimezzato, i salari diminuiti – «mediamente ogni lavoratore ha perso 4-5 mila euro all’anno», dice Gioia –, i diritti dei lavoratori compressi e i costi della ristrutturazione accollati allo Stato, che nell’assenza di una politica industriale concede acriticamente stati di crisi. La domanda che si pone d’obbligo, a questo punto, è: potrà reggere una simile cura da cavallo?
A gettare un’ulteriore secchiata di benzina su un fuoco che già divampava da tempo è arrivato pure lo scandalo della carne equina nelle lasagne prodotte dalla Findus in Gran Bretagna. Tralasciando ogni approfondimento sulle proprietà nutritive di quest’ultima rispetto alla carne bovina – è stato accertato che non si trattava comunque di alimenti nocivi per la salute – e senza addentrarsi nei meandri della produzione – come si produce, qual è la filiera – quel che è utile mettere in evidenza è cosa si possa nascondere dietro uno stesso logo. Il giorno dopo l’esplosione dello scandalo, finito sulle copertine dei giornali di mezzo mondo, la Findus Italia ha diramato un comunicato in cui ha spiegato che con le lasagne inglesi non ha niente a che fare, non solo dal punto di vista produttivo ma addirittura da quello societario. Può accadere, infatti, che sotto lo stesso cappello – conservato per ragioni di brand – si nascondano proprietà diverse. Ad esempio, in Svizzera la Findus è proprietà di Nestlè. Ma lo scandalo britannico ha avuto sul mercato l’effetto di una slavina: la Coldiretti ha stimato un crollo delle vendite dei prodotti della multinazionale del cibo surgelato pari al 30 per cento.
Difficilmente un boicottaggio ben organizzato sarebbe riuscito ad assestare un colpo più devastante all’immagine del marchio. I consumatori – ai quali l’ideologia neoliberista impone l’ignoranza di cosa si nasconda dietro il prodotto che acquistano nei supermercati – non hanno fatto distinzione: per loro il logo è lo stesso e la responsabilità pertanto unica. Il nuovo amministratore delegato di Findus Italia, David Pagnoni, nominato il 4 marzo scorso, ha di fronte a sé il compito di rinverdire l’immagine sorridente del vecchio Capitano svedese. Appena insediato, ha dichiarato: «Sono convinto che riusciremo a ottenere una crescita del business italiano, continuando a offrire prodotti di alta qualità che soddisfano i bisogni dei nostri consumatori». Grazie al calo dei consumi e ai piani industriali fatti dalle banche, oggi la Findus di Cisterna di Latina sforna 70 mila tonnellate all’anno in meno di “Sofficini” e “Quattro salti in padella”. Sarebbe già un successo se riuscisse a invertire la tendenza.

Cassintegrati per mestiere
Il 17 maggio 2014 Angelo festeggerà i dieci anni di cassa integrazione. Un record tutto italiano, che lui e i suoi colleghi della ex Montefibre di Acerra pensano di salutare con un ricevimento in grande stile, per ricordare ai loro concittadini come, di accordo in accordo, di trattativa in trattativa, di rinvio in rinvio, nella grande finzione italica si possa essere precari a tempo indeterminato e rimanere a bagnomaria, né lavoratori né disoccupati, per un tempo illimitato. Della paralisi industriale che ha colpito l’Italia negli ultimi anni loro possono essere considerati dei precursori, lungodegenti nel grande ospedale a cielo aperto in cui si è trasformata questa penisola. Forse quel giorno stapperanno, a scoppio ritardato, le bottiglie di spumante regalate loro a Natale insieme al panettone, quasi fossero dipendenti come tutti gli altri. Un pacco che per loro ha assunto il sapore della beffa. «Ce lo hanno consegnato per strada, perché a noi cassintegrati non è consentito entrare nella fabbrica e non abbiamo un altro luogo di ritrovo», mi dicono alcuni operai che incontro on the road, lungo il corso principale della cittadina napoletana, dove un’attività commerciale su tre ha la serranda abbassata per via della recessione. Quella di una macelleria è utilizzata come tazebao per gli annunci funebri. Qui, in piena Terra dei fuochi, la crisi economica combinata allo scempio ambientale ha fatto tabula rasa allo stesso tempo dell’industria e dell’agricoltura. E il commercio non pare passarsela meglio.
Il 19 dicembre scorso una trentina di lavoratori della Ngp – la Nuova gestione polimeri, uno dei tre rami d’azienda in cui fu spacchettata la Montefibre nel 2003 – hanno bloccato i cancelli dello stabilimento: da sei mesi non veniva pagata loro la cassa integrazione, a causa delle lungaggini burocratiche tra il Ministero dello Sviluppo economico e l’Inps.
Un ritardo piuttosto comune perché a ogni nuova proroga necessitano firme e depositi che inspiegabilmente portano via mesi, ma ormai sempre più difficilmente sopportabile da persone che hanno dato fondo a tutti i loro risparmi per mantenere un livello di vita dignitoso. Per fortuna, anche a seguito della protesta, le pratiche sono state accelerate e i soldi sono sbucati fuori nei primi giorni del nuovo anno. In più, gli operai devono ancora riscuotere tre mensilità del 2009. Ma l’azienda, a cui all’epoca spettava pagare l’assegno di cassa, sostiene di non avere i soldi.
Nel frattempo i cassintegrati della Montefibre vedono sempre più avvicinarsi il baratro: a novembre prossimo gli ammortizzatori sociali saranno esauriti e tutti loro rischiano di ritrovarsi senza un centesimo in tasca, fatta eccezione per quelle poche centinaia di euro al mese che molti di loro riescono a mettere insieme lavorando al nero.
C’è chi trasporta pizze a domicilio nel fine settimana, chi va a lavorare nei campi per venti euro al giorno insieme agli africani, alla mercé di caporali e sfruttatori esattamente come questi ultimi, chi ha avuto un infarto e chi è invece finito in carcere perché di questi tempi «l’unico lavoro che si trova è al soldo della camorra» e «purtroppo qualcuno di noi si è arruolato». Angelo fa il cassintegrato a tempo pieno. «Cosa faccio durante la giornata? Accompagno i figli a scuola e vado a riprenderli. Dopo dieci anni in cui mi hanno tenuto così, a non far niente, non sono più abituato a lavorare e non so fare nulla, il giorno in cui troverò un lavoro sarò costretto ad andare da uno psicoterapeuta per farmi aiutare». Quando scadranno gli ammortizzatori sociali, rischia di andare a ingrossare le fila dei cosiddetti neet (not in education, employment or training), un acronimo anglosassone che indica le persone che, per sfiducia, un lavoro neppure più lo cercano e non si formano.
Eppure i cassintegrati di Acerra hanno voglia di lavorare: «Abbiamo sempre rifiutato la logica dell’assistenza, vogliamo essere produttivi in una società moderna», dicono. Angelo ha fatto un po’ di calcoli: «In dieci anni ho perso 100 mila euro di reddito», sostiene. Finora per la ristrutturazione di quest’area industriale sono stati spesi 150 milioni di euro, però la produzione non è mai ripresa. Oggi della ex Montefibre rimangono una centrale elettrica che impiega una ventina di persone e quella che gli stessi cassintegrati definiscono una «lampadina accesa»: si chiama Infra e produce fiocco dalla plastica riciclata, impiegando 35 operai. Pur nelle mani di una multinazionale, la Adler, si tratta di un primo, timido abbozzo di riconversione ecologica, l’unica possibilità di ripartire, forse, per uno stabilimento dal passato ingombrante. Ci sarà qualcuno che avrà la volontà di proseguire su questa strada?
Il nome Montefibre, qui come a Porto Marghera o a Porto Torres, provoca ancora qualche brivido. Fa tornare alla memoria morti sospette, anni di battaglie legali, denunce e processi. In questa che per tanti anni è stata, a detta di tutti, una «cattedrale nel deserto» in aperta campagna, in quella che era l’area agricola più vasta del napoletano dopo quella di Giugliano, le malattie si sono contate a centinaia: tumori ai polmoni, alla laringe, al fegato e il temibile mesotelioma pleurico. Killer tanto potenti quanto silenziosi e pronti a colpire a scoppio ritardato, rendendo incerte cause e responsabilità.
Nella fabbrica di Acerra i rischi per la salute erano legati a diversi fattori di rischio: il contatto con numerose sostanze tossiche, l’uso di amianto, fino allo smaltimento dei fusti tossici, un business nel quale saranno accertate infiltrazioni dei padroni del riciclaggio della monnezza: il clan dei Casalesi. I bidoni con gli scarti, accatastati gli uni sugli altri e semplicemente ricoperti con un tendone, sono ancora lì con il loro potenziale velenoso. Molti operai invece non ci sono più, portati via da malattie gravissime a cancellare le quali è però arrivato il colpo di spugna della magistratura. Nella relazione scientifica presentata dalla procura viene evidenziato un aumento «statisticamente significativo» di tumori alla pleura e al fegato. «L’ambiente di lavoro della Montefibre di Acerra si caratterizza, come risulta dalla documentazione agli atti, per la presenza di solventi sia alogenati che aromatici, per i quali esistono nella letteratura scientifica evidenze di azione cancerogena a livello epatico», si legge. Dei 320 casi iniziali di malattia, a processo ne sono arrivati 88, ma solo per uno è stato possibile accertare il nesso di causalità tra l’esposizione all’amianto e il mesotelioma, e per questo sono stati condannati a un anno e otto mesi di carcere cinque ex direttori dello stabilimento e due medici aziendali, accusati di omicidio colposo.
Difficile giungere a un risultato chiaro, in quest’area in cui il cancro tra la popolazione è molto più diffuso che altrove. Già nel 2004 la rivista «Lancet» definì questa lingua di terra tra Acerra, Nola e Marigliano «il triangolo della morte». Secondo l’autorevole rivista scientifica gli alti livelli di diossina rilevati nell’ambiente erano da ricollegare allo smaltimento illegale di rifiuti tossici e all’attività della Montefibre. Per quanto riguarda i primi, l’attività delle ecomafie non si è mai arrestata. L’ultima discarica abusiva è stata sequestrata appena qualche giorno fa: una vera e propria “collina della morte” su un’area di 60 mila metri quadrati, in mezzo a frutteti e campi coltivati a ortaggi e a un tiro di schioppo dall’inceneritore e dalla ex Montefibre, che nascondeva 300 mila metri cubi di rifiuti di ogni genere, interrati per anni da centinaia di camion, bulldozer, ruspe. Sono stati ritrovati persino pezzi di bare e lapidi, più innocui dal punto di vista ambientale ma non meno inquietanti. La Montefibre invece, quando fu pubblicato il dossier nell’agosto 2004, aveva chiuso i battenti da due mesi e mezzo.
«Solo pochi mesi prima avevamo ricevuto una lettera di complimenti dalla Dupont per la qualità del nostro prodotto. Poi, improvvisamente e senza motivo, hanno smantellato tutto», ricorda oggi un operaio. Da allora la fabbrica non si è mai più ripresa, né è stata riconvertita e neppure l’area è stata bonificata. Anzi, proprio lì a fianco è stato costruito, tra le proteste dei cittadini, l’inceneritore incaricato di risolvere l’emergenza rifiuti partenopea: nel 2013 ha lavorato a pieno regime, bruciando 650 mila tonnellate di rifiuti.
Da dieci anni gli ex lavoratori della Montefibre vivono nel limbo della cassa integrazione, «senza poter progettare nulla». Anche il nuovo anno, presumibilmente l’ultimo se gli ammortizzatori sociali non subiranno l’ennesima proroga straordinaria, è cominciato come i precedenti: dopo la firma ministeriale della Cig, gli operai dovranno attendere i consueti tempi burocratici per l’erogazione degli assegni mensili. «Se l’Inps non paga subito come faremo?», dicono. È in questo modo che un sistema sclerotizzato crea un lavoro sommerso di necessità e alimenta la catena dello sfruttamento.
I cassintegrati della Montefibre mi consegnano un pacco di fotocopie: sono verbali di tavoli di concertazione, riunioni «di verifica dell’attuazione dei contenuti del Protocollo d’Intesa sulla reindustrializzazione del sito» e accordi di proroga della Cig siglati dal 2004 a oggi. In tutti si sprecano parole come «riconversione» o «reindustrializzazione», le istituzioni si impegnano «all’attuazione del progetto che viene considerato prioritario nella valutazione delle prospettive di ripresa dell’area» e le società interessate promettono investimenti mentre chiedono al governo ulteriori stati di crisi. Di verbale in verbale sono trascorsi dieci anni e siamo ancora al punto di partenza: la ex Montefibre è tenuta in vita con il respiratore artificiale, ma è ferma, improduttiva.
Ancora il 7 novembre scorso il Ministero dello Sviluppo economico richiamava «la necessità che l’impianto di Acerra inizi finalmente a produrre poiché oggi ne esistono le condizioni concrete». Invece, pare proprio che non accadrà. La ripresa delle attività, preventivata nel prossimo febbraio anche se non ci credeva nessuno, slitterà ancora una volta perché la società spagnola Seda, che ha acquistato gli impianti, versa in cattive acque e pensa a smantellare piuttosto che a produrre polimeri, men che meno a riconvertire la produzione in senso ecologico. Troppo forte la concorrenza dei mercati orientali, dove il lavoro costa meno e le norme ambientali sono meno stringenti, nonostante il laissez faire che ha regnato per anni incontrastato nella Terra dei fuochi. Gli ultimi boatos parlano del possibile arrivo degli indonesiani di Indorama, che avrebbero presentato una manifestazione d’interesse al Ministero per lo Sviluppo economico. Come all’Inter, si vagheggiano i miliardi di un magnate dall’Estremo Oriente per risollevare le sorti della fabbrica. Con chi brinderanno per i dieci anni di cassa integrazione gli operai di Acerra quando stapperanno lo spumante di Natale?

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Il boss della Riviera dei Cedri
Dalla piazzetta del centro storico di Scalea si gode una vista invidiabile. Tutt’attorno partono i caratteristici vicoli e le scale da cui la cittadina dell’alto Tirreno cosentino prende il nome, di fronte ci si affaccia sul mare come da un balcone, e basta guardare una foto ingiallita di qualche estate fa per comprendere come fosse diverso il panorama agli inizi del secolo: la Torre Talao, fortino aragonese costruito a protezione dalle incursioni saracene su un’isoletta circondata dal mare, a non più di duecento metri in linea d’aria; prima della spiaggia, una distesa di piante di agrumi che aveva fatto soprannominare quel pezzo di costa “Riviera dei cedri”. Di essa rimangono oggi granite e ogni genere di dolci e biscotti, il nome di un paese – Santa Maria del Cedro – ma non quegli alberi che la facevano somigliare alla costa libanese. «Raccoglierli è un lavoro faticoso, i giovani non ne vogliono più sapere», mi dice un’anziana venditrice di frutta e verdura.
Il cedro è un albero spinoso che rende difficoltosa la raccolta dei suoi frutti, però il suo legno è pregiato e richiesto, l’agrume invece – molta scorza e poca polpa – non è versatile come il suo parente più nobile: il limone. Quasi tutte le cedriere sono state distrutte da un’edilizia selvaggia che ha pochi eguali in Calabria e da un modello di sviluppo che da almeno un trentennio ha messo al centro non il turismo, bensì il suo sfruttamento.
Ora che il mare ha deciso, quasi in segno di disapprovazione, di ritrarsi di qualche decina di metri, la Torre Talao è circondata dalla spiaggia ed è luogo di ritrovo di coppiette e turisti mordi e fuggi. Pochi di loro sono al corrente della partita che si gioca attorno a questa fortezza che per secoli ha costituito il perno di un sistema di guardia che poteva contare anche su un altro avamposto affacciato dalla collina di fianco: la Torre di Giuda, cosiddetta perché secoli fa un guardiano distratto non si accorse di un’incursione dei saraceni provocando il saccheggio del villaggio, e dopo la battaglia, accusato di tradimento, fu impiccato a un ulivo dagli abitanti inferociti. Il pericolo, oggi, «viene da terra», come hanno scritto in un appello pubblicato sul sito Eddyburg Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Luigi Manconi, Paolo Berdini e Fernando Ferrigno. Si tratta di un mega-porto la cui capienza e i relativi costi sono lievitati, da un’amministrazione all’altra, da 320 barche a 510, con un gigantesco molo lungo 300 metri a recintare il mare, uno yachting club, un centro commerciale e una torre di controllo alta 16 metri e mezzo a fare ombra alla Torre Talao. La veduta, dalla piazzetta del centro storico, risulterebbe irrimediabilmente stravolta.
È questa la grande opera attorno alla quale volteggiavano i corvi della politica e delle cosche di questo pezzo di Calabria. Un affare plurimilionario per il quale si rischiava – a parere dei magistrati che due giorni fa hanno decapitato l’intero apparato amministrativo del Comune e un paio di cosche malavitose – una pericolosa guerra di ’ndrangheta. Per comprenderlo bene, bisogna guardare tra le pieghe dell’inchiesta “Plinius”. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, il giorno in cui fu eletto sindaco Pietro Basile fu portato in trionfo per le strade del paese, a bordo di una cabriolet, dal boss Pietro Valente. Si festeggiò a champagne e si inaugurò una stagione politico-criminale che i magistrati considerano in assoluta continuità con quelle passate. Le cosche dei Valente e degli Stummo, unite da un patto per il controllo della cittadina, sarebbero affiliate a un “locale” molto potente: quello dei Muto di Cetraro, padroni assoluti delle attività criminali in un territorio che dal cosentino arriva fino al basso salernitano e divenuti noti alle cronache internazionali quando furono accusati di aver gestito gli affondamenti delle “navi dei veleni” nel mar Tirreno. Un clan potente e longevo come pochi altri, al quale si aderisce per «scelta di vita» e non solo per motivi economici, come scriverà un affiliato, Pasquale Capano, in quella che gli investigatori definiranno come «una lezione di diritto mafioso», secondo il quale essere ’ndranghetisti è una scelta non revocabile e uno dei doveri principali è quello del «mutuo soccorso». Una sorta di codice massonico in cui è «un patto di sangue» a stabilire «il lega- me di fratellanza».
Secondo gli inquirenti, il patto tra i Valente e gli Stummo sarebbe saltato il giorno successivo all’uscita dal carcere di Luigi Muto, figlio dello storico capomafia Franco. Il boss Pietro Valente sarebbe stato aggredito e picchiato, in modo volutamente plateale, da un commando degli Stummo. Se non era una dichiarazione di guerra, poco ci mancava. Intuito il cambio di stagione, Valente si sarebbe rifugiato a Sala Consilina, nel salernitano, sotto la protezione di un clan locale. Da qui secondo i pm stava organizzando la vendetta, non prima però di aver chiesto il permesso al boss Muto.
A Scalea non c’è stata collusione tra politica e mafia. «Qui siamo oltre», ha detto il procuratore aggiunto di Catanzaro Giuseppe Borrelli, che insieme al sostituto Vincenzo Luberto ha coordinato l’indagine “Plinius”. L’originalità del modello scaleota sta nel fatto che «la ’ndrangheta ha utilizzato la forma partito per gestire la cosa pubblica». Pertanto, «il Comune è stato amministrato dalle ’ndrine, la politica è stato lo strumento tecnico attraverso cui si sono candidate alle elezioni». In questo modo, il controllo del territorio è stato totale: dai parcheggi a pagamento ai lidi che colonizzano ogni millimetro di spiaggia.
Il borgo antico, con le sue scale e viuzze, le case in pietra e il castello, è ormai sopraffatto da palazzoni e residence dai nomi esotici: parco Brasilia, villaggio Maradona. A partire dagli anni ottanta, Scalea è diventata un pezzo di Calabria napoletana, l’emblema della vacanza “cafona”, proletaria, squattrinata e caciarona – «Scalea, Scalea, ma come m’addecrea, andare in vacanza, dieci ’e nuie dint’a ’na stanza», cantava Tony Tammaro, popstar del neomelodico-trash.
Grazie a un’espansione edilizia vorticosa e disordinata, nel volgere di pochi anni la cittadina, che contava 11mila abitanti, arrivò a registrarne nei mesi estivi fino a 300mila, almeno 220 mila dei quali provenienti da Napoli e provincia. Unico ad accorgersi del saccheggio del territorio fin dagli inizi fu il regista Vittorio De Seta, che nel suo viaggio-reportage In Calabria denunciò il modello di sviluppo malato che ne stava alla base.
I risultati furono devastanti. Con il pienone estivo, l’acqua non usciva più dai rubinetti e il Comune era costretto a rifornire diversi quartieri con le autobotti, tra proteste e vere e proprie rivolte. I depuratori non esistevano e le fogne sversavano direttamente in mare, emissari delle cosche andavano casa per casa a chiedere il pizzo ai villeggianti e chi si rifiutava si vedeva la casa svaligiata nel giro di pochi giorni. Arrivarono latitanti in vacanza e si strinsero alleanze malavitose sotto gli ombrelloni. Usanze che sono proseguite fino ai nostri giorni, se è vero che – sempre stando alle risultanze dell’inchiesta “Plinius” – l’appalto per la realizzazione del porto attorno alla Torre Talao sarebbe stato affidato a un prestanome del boss Cesarano di Castellammare di Stabia.
Oggi, come ormai da qualche anno a questa parte, la disordinata vitalità dei quartieri-alveare non è più la stessa. La crisi economica ha battuto forte e Scalea appare come la Detroit del turismo meridionale. Si prova un senso di desolazione a girare per le strade deserte, tra abitazioni lasciate all’incuria, i cartelli fittasi e vendesi, le facciate corrose dalla salsedine, i negozi desolatamente chiusi. Hanno meno di trent’anni di età, queste case costruite male, e non reggono all’urto del tempo che passa. L’ospedale, per costruire il quale ci sono voluti venticinque anni, è una gigantesca cattedrale nel deserto: è utilizzato solo il piano terra, il resto è regno dei vandali. La pista di atterraggio per aerei da turismo, una spianata di due chilometri di cemento tra la statale tirrenica e la ferrovia, non ha creato nessuno dei 95 posti di lavoro promessi e non ha visto neppure un decimo dei 74 mila passeggeri all’anno preventivati.
Per paradosso, il pizzo-imposta ai clan non si paga più, ma l’aliquota Imu è tra le più alte d’Italia, arricchendo le tasche di un Comune che in cambio non offre alcun servizio: strade non asfaltate, marciapiedi assenti o in pessimo stato, cumuli di spazzatura non raccolta ovunque, come nei tempi peggiori dell’emergenza partenopea. Per l’appalto della raccolta – spiegano le carte dell’inchiesta – una ditta pugliese avrebbe versato nelle tasche di amministratori e mafiosi una mazzetta di 500mila euro.
Il degrado e il malaffare, sulla Riviera dei cedri calabresi, datano da almeno tre decenni, ed è forse a questo che il procuratore Borrelli alludeva. Ora il bubbone è finalmente esploso. Forse troppo tardi, ma ancora in tempo per salvare l’antica, bellissima Scalìa dall’ultima invasione: quella dei saraceni di casa nostra.