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Perché bisogna parlar male dell'America

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Di: Stefano Rizzo

Pubblicato il:3 Marzo 09

Da: Aprile on line -

L'intervento Una riflessione a margine della presentaizone del libro "La svolta americana. Cronache dalla fine del bushismo (2006-2008)", edito dall'Ediesse: I massacratori di Abu Ghraib ci hanno riguardato nello stesso modo dei poliziotti del G8 di Genova, un modo diverso e più intenso - fatto di diverse responsabilità e appartenenze - di quello per cui non possiamo dirci del tutto estranei a nessuna delle tante violenze ogni giorno perpetrate nel mondo

Consentitemi, una volta tanto, di scrivere qualcosa di personale. Ieri a Roma c'è stata la presentazione del mio libro "La svolta americana. Cronache dalla fine del bushismo (2006-2008)", edito dall'Ediesse. Ne hanno parlato, coordinati da Franco Ottaviano, che è il direttore della Casa delle culture dove si è svolta la manifestazione, quattro relatori e relatrici con competenza e da punti di vista diversi, ma in qualche modo vicini al contenuto o a ciò che mi proponevo di fare con il mio libro: Miriam Mafai che è una notissima giornalista (Repubblica) e ha appena pubblicato un libro ("Pane nero", sempre Ediesse) che racconta "dal basso", cioè partendo dalle storie di singole donne, l'Italia del fascismo: è quello che avrei voluto fare io, se ne avessi avuto il talento (e forse in parte ho fatto), raccontando l'America degli anni del bushismo. Rita di Leo, che è una americanista rigorosa che da molti anni guarda con occhio critico e demistificatorio al rapporto tra Stati Uniti e Europa insegnandoci che per capire bisogna uscire dalla acritica ammirazione (o condanna). Giovanna Melandri, che è una nota esponente del Partito democratico (italiano), ma è anche americana di nascita, ha fatto campagna elettorale per Obama e guarda e riflette sul quel paese "dall'interno", come una realtà di cui si sente in qualche misura parte. Alfonso Gianni, che ha appena scritto un libro sulla fine del neoliberismo (sta per essere pubblicato e non l'ho ancora letto) e che interpreta il principale evento che ha provocato la caduta di Bush e permesso l'elezione di Obama - la crisi economica - nel più ampio contesto della fine dell'ideologia neoliberista che per trenta anni (almeno) ha guidato l'economia capitalistica in America e in Europa (e nel resto del mondo, purtroppo per il mondo).

Nel replicare, come si fa in questi casi, ho ringraziato i relatori per le parole gentili e intelligenti che hanno detto sul mio libro. Ma avrei dovuto ringraziare (lo faccio comunque nell'avvertenza al volume) voi, i lettori di Aprile, ai quali in questi ultimi cinque anni ho proposto le mie riflessioni sull'America, su ciò che stava succedendo laggiù, sui rapporti e le implicazioni per noi qui in Italia e in Europa. E' stato anche un dialogo, anche se avrei voluto che fosse più nutrito, perché i vostri commenti, i consensi e le critiche, mi hanno aiutato nel cercare di capire cosa c'è - se c'è - di americano in Italia (e in Europa) e cosa c'è, o ci dovrebbe essere, di Italia e di Europa in America. Perché poi, al di là delle vanità per cui anche si scrive, è questo il punto: guardarsi intorno per capire meglio cosa ci succede, quali sono i nostri valori, come possiamo cambiare le cose.

Sono stato qualche volta accusato di essere troppo "filoamericano". E' vero, io per motivi biografici e sentimentali mi sento parte di quel mondo e di quel paese. Da giovane ho vissuto e partecipato al movimento per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam: la controcultura, il popolo dei fiori, le esperienze di vita alternative, il femminismo, la lotta contro il patriarcato nella famiglia e nella società, per un modo diverso e più autentico di fare politica ("il privato è pubblico" - ricordate?). Ho vissuto con grande emozione e partecipazione - non da protagonista, ma come uno dei tanti milioni di partecipanti - quel movimento sociale che, anno più anno meno, è passato alla storia come "il 68", in America, in Europa e anche al di là dei confini dell'Occidente.

E' stato proprio a causa di questo legame forte, di immedesimazione che ho con l'America, che la protesta nei confronti degli orrori della guerra e della violenza razziale, da condanna è diventata qualcosa di diverso: indignazione. Indignazione è un sentimento diverso dalla condanna, per quanto radicale, perché mentre la condanna avviene dall'esterno, dall'alto, l'indignazione "tira dentro", lega in una comunità, chi commette le atrocità e chi le giudica. E' anche un sentimento doloroso che non consente di voltarsi dall'altra parte, e neppure di assumere atteggiamenti di superiorità morale, quando ci si rende conto che i carnefici sono tuoi vicini (non solo tuoi simili), che fanno parte della tua comunità e agiscono anche in tuo nome, che tu lo voglia o no, che tu li condanni o no. Anche se sto da una parte e sono contro l'altra, non sono estraneo, non posso chiamarmi fuori.

Perché vi racconto tutto questo? Perché, tornato in Europa e in Italia, mi sono accorto che ciò che valeva in quel contesto vale anche in questo, che è diverso ma solo perché costituisce un contesto più largo, che però non è qualitativamente diverso dall'altro. Se in tante parti del mondo si tortura e si uccide, si esercita una violenza inaccettabile sugli esseri umani, io mi indigno in nome di un comune sentire umano, in nome di valori che crediamo, o vogliamo credere, che siano comuni a tutti i popoli. Ma se gli Stati Uniti fanno la guerra all'Iraq che non li minacciava, se uccidono indiscriminatamente, umiliano e torturano i prigionieri, io non mi posso limitarmi a condannare: mi indigno, perché tutto ciò avviene in nome e all'interno di un campo, di una civiltà, di un'area culturale - comunque la si voglia chiamare: l'Occidente - di cui sono e siamo parte, nella quale condividiamo abitudini, valori, atteggiamenti, cultura, musica, mode, vantaggi e privilegi. Nella quale siamo immersi e intrecciati per scambi economici, intellettuali o di semplice conoscenza in un modo e con una frequenza che ci pervade, e che è enormemente superiore a quanto ci lega con il resto dell'umanità (cui pure siamo legati sempre più strettamente) e che non ci permette di tirarci fuori, di dire: è affar loro, adesso occupiamoci dei nostri.

I massacratori di Abu Ghraib ci hanno riguardato nello stesso modo dei poliziotti del G8 di Genova, un modo diverso e più intenso - fatto di diverse responsabilità e appartenenze - di quello per cui non possiamo dirci del tutto estranei a nessuna delle tante violenze ogni giorno perpetrate nel mondo. In questo senso siamo tutti americani (e italiani, europei, canadesi, australiani). Ed è per questo che dobbiamo parlare male dell'America (o, quando capita, bene).