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Silenzi. Non detti, reticenze e assenze di (tra) donne e uomini

Versione stampabile

Di: Sabrina Marchetti

Pubblicato il:9 Gennaio 13

Da: zeroviolenzadonne.it -

Come già dal titolo, questo volume* va a mettere il dito su questioni spesso sfiorate ma mai affrontate appieno nei dialoghi - fra donne, fra uomini, e fra uomini e donne - che si sono instaurati sulla scia del femminismo e dalle trasformazioni da esso innescate.
Il riferimento è innanzitutto a un “silenzio maschile” rispetto alla propria funzione sociale, alla costruzione della propria soggettività e a come il femminismo ha avuto un impatto su tutto ciò, trasformando la posizione degli uomini verso i figli, nella coppia e sul lavoro.

Esistono poi dei silenzi anche da parte “femminile” che riguardano l’esperienza individuale di quelle conquiste di libertà, emancipazione e parità alle quali le donne sono approdate collettivamente.

Cercando di sintetizzare i quattordici saggi raccolti in questo volume attorno ad alcuni temi comuni, trovo che i contributi di Barbara Mapelli, Elisabetta Cibelli e Lea Melandri siano quelli che più di altri si rivolgono al femminismo, proponendo una visione diversa della relazione fra donne femministe. Mapelli e Cibelli, in particolare, si confrontano con il tema della “liberazione” nel femminismo contemporaneo: Mapelli, auspica una riattualizzazione di questo termine (in contrapposizione a “libertà”) nei discorsi delle donne di oggi; mentre Cibelli prosegue con una riflessione dal carattere più filosofico in cui il significato della parola “liberazione” viene ricondotto all’importanza della differenza e del riconoscimento fra donne, di generazione in generazione. Lea Melandri, da parte sua, problematizza il fatto che il tema dell’amore sia stato un tabù per il movimento delle donne e per il femminismo.

È mancata, per Melandri, l’analisi di un sentimento la cui importanza emerge tristemente negli episodi di violenza su donne e bambine spesso agiti proprio da quegli uomini che le “amano”: padri, fratelli, mariti e amanti. Il tema della violenza assieme a quello del potere e dell’autorità sono centrali anche nei saggi che riguardano il rapporto con le donne a partire da un punto di vista maschile. Il primo di questa serie è il contributo di Stefano Ciccone sul tema del “rancore” degli uomini verso le femministe. Si tratta di un rancore palpabile in casi come la strage perpetrata da Marc Lépine nel 1989, il cyberstalking contro siti e blog di donne, le affermazioni di gruppi quali “Uomini 3000”, “Uomini Beta” o il GESEF, oppure nei dibattiti attorno alla violenza domestica, al divorzio e l’affidamento dei figli. Per Ciccone, è urgente comprendere questo rancore maschile riconoscendo in esso sia “il figlio del cambiamento” dei ruoli di genere, sia il “sintomo di invarianze” che permangono a dispetto di esso.

I saggi di Alberto Leiss e Marco Deriu proseguono nell’affrontare la questione del potere e dell’autorità soffermandosi sulla costruzione dell’identità maschile nella storia in contrapposizione all’attuale crisi dei modelli di virilità. In entrambi, emerge il tentativo di delineare possibili sviluppi della relazione fra uomini, così come fra donne e uomini, in senso non gerarchico e lontano da presupposti di genere.

Sia la critica al femminismo contemporaneo che il tema del potere maschile tornano a essere centrali nel saggio sul fallocentrismo scritto da Sveva Magaraggia e Harry Blatterer. Assieme sostengono l’importanza di mantenere al centro della teoria e prassi femminista la questione della simbologia legata al fallo (in contrapposizione al pene) che, pur essendo un cavallo di battaglia del femminismo della prima ora, è stata poi messa in secondo piano rispetto ai temi della liberazione sessuale e delle sessualità alternative. Il fallo, tuttavia, è ancora saldamente al centro dell’orizzonte normativo dominante, in modo diverso ma egualmente opprimente sia per le donne quanto per gli uomini.

Passiamo quindi ai contributi di Annalisa Marinelli, Salvatore Deiana e Andrea Bagni in cui i temi centrali sono le questioni della cura e dell’educazione di bambini e adolescenti in una prospettiva libera da ruoli di genere preassegnati. Il punto di vista adottato in questi saggi è quello di padri, educatori e insegnanti sulla base di esperienze in prima persona o interviste in profondità. Emerge così la difficoltà, ma anche l’importanza per gli uomini di sperimentare modi nuovi di entrare in relazioni pedagogiche e di accudimento.

In chiusura, vorrei citare brevemente gli ultimi quattro saggi del volume che hanno in comune l’effetto di destabilizzare una visione omogeneizzante del rapporto fra donne. Eleonora Cirant lo fa mettendo in questione la maternità come destino per tutte le donne a cui contrappone la necessità di scegliere “a partire dal cuore” se e quando diventare madri a fronte, in particolare, della precarietà della condizione lavorativa di molte. A lei fa eco Chiara Martucci che al tema della precarietà del lavoro dedica un vero e proprio abbecedario, partendo dalla A come “autodisciplina” fino alla T di “The end”. Martucci affronta così la lontananza rispetto agli uomini e alle generazioni precedenti (di donne e uomini) nel suo vissuto come “ex giovane precaria” alla perenne ricerca di un lavoro e di un compenso a esso adeguato.

Isabella Peretti e Iuliana Militaru, infine, nei loro saggi esplorano entrambe, sebbene in modo diverso, la questione del razzismo e come essa entri per molti versi nella relazione fra donne. Se Militaru parte dalla sua esperienza personale come donna romena recentemente stabilitasi in Italia, capace di superare il silenzio forzato cui l’isolamento iniziale l’aveva condannata; Peretti invece guarda al funzionamento della politica (dalle amministrazioni comunali fino al parlamento) per mettere in luce le dinamiche di “razzismo materno” e “razzismo di prossimità” delle quali molte donne sono protagoniste.