home

3-2016

lavori
33
Luglio - Settembre 2016
  • Un nuovo modello di sviluppo
  • Le radici del sindacalismo trentino
  • La Confederazione internazionale dei sindacati nella crisi globale
Prezzo:20.00€
Ops, potresti aver disabilitato i javascripts. in questo caso potrai comunque vedere tutti i contenuti ma alcune funzionalità non saranno attive
TEMA - Nuove forme di intervento pubblico in economiaTEMA - Nuove forme di intervento pubblico in economia
Perché il ruolo strategico dello Stato. Presentazione
Scritto da:
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
Background teorico della rivitalizzazione del dibattito sulla politica industriale: Stato «strategico» e «innovazione»
English abstract
Scritto da:
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
Il background teorico che sottostà al ritorno d’attenzione alle questioni della politica industriale contiene elementi analitici nuovi che si discostano drasticamente da approcci tradizionali, sostanzialmente coincidenti con l’idea di limitarsi a fornire alle imprese e al mondo produttivo nuova attività regolatoria e incentivi indiretti (tra cui spiccano quelli fiscali) e con l’invito a stimolare la concorrenza. L’approccio maggiormente di rottura con le analisi e le pratiche invalse con il lungo ciclo neoliberista è quello dello Stato «strategico» e dei suoi rapporti con l’«innovazione», uno Stato più avventuroso e più disponibile ad assumere rischi della stessa iniziativa privata (certamente nella ricerca scientifica e tecnologica ma pure nei campi delle nuove domande sociali o del risanamento ambientale, del riassetto dei territori e della riqualificazione urbana), uno Stato il quale, oltre che indirettamente – mediante incentivi, disincentivi e regolazione –, interviene direttamente, cioè guidando e indirizzando intenzionalmente ed esplicitamente con strumenti appositi. Proprio l’estensione del cam- biamento tecnologico e l’emergenza di nuovi settori – come internet, le biotecnologie, le nanotecnologie, l’economia «verde» – mostrano che lo Stato non interviene solo per contrastare le market failures o per farsi carico della generazione di esternalità, ma rispondendo a motivazioni e obiettivi strategici. Infatti, l’operatore pubblico è l’unico in grado di porsi la do- manda: «Che tipo di economia vogliamo?». L’emergenza di nuovi complessi di attività si deve a un intervento pubblico che non si limita a neutralizzare le market failures, ma che inventa, idea, crea lungo tutta la catena dell’innovazione.

ASPECTS OF THE THEORETICAL BACKGROUND OF THE REVITALIZATION
OF THE DEBATE ON INDUSTRIAL POLICY. «STRATEGIC» STATE AND «INNOVATION»
The theoretical background that will sustain fresh interest in questions of industrial policy contains new analytical aspects that are drastically different from traditional approaches, which tended to coincide with the idea of merely supplying businesses and the productive world with new regulations and indirect incentives (including fiscal ones) and encouraging competition. The approach that breaks most with the analyses and practices that became es- tablished during the long neo-liberal cycle is that of the «strategic» State and its relations with «innovation». This is a State that is more adventurous and willing to take on risks than private enterprise itself (certainly in scientific and technological research, but also in the fields of new social demands and environmental reclamation, reorganization of territories and urban upgrading). It is a State that intervenes both indirectly – through incentives, disincentives and regulation – and directly, by deliberately and explicitly guiding and directing with the appropriate instruments. And it is the extension of technological change and the emergence of new sectors – like the internet, biotechnologies, nano-technologies, and the «green» economy – that show that the State does not just intervene in cases of market failures or to take responsibility for generating externalities, but by responding to strategic reasons and objectives. Indeed, the public operator is the only one that is able to ask the question: «What type of economy do we want?». The emergence of new sectors of activity is due to pub- lic intervention that does not merely neutralize market failures, but that invents, conceives and creates at every stage of the chain of innovation.

I problemi della transizione verso l’economia della conoscenza
English abstract
Scritto da:
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
La transizione verso l’economia della conoscenza è molto più accidentata di quanto fosse stato anticipato. La comprensione dei cambiamenti strutturali che caratterizzano la transizione verso l’economia della conoscenza è indispensabile sia per distinguere tra dinamiche di breve e di lungo termine sia per identificare i caratteri emergenti dei sistemi economici avanzati. La tradizione schumpeteriana è fondamentale per capire i caratteri e le conseguenze del profondo processo di trasformazione strutturale in corso. La sua integrazione con la tradizione keynesiana consente di mettere a fuoco la nozione di domanda pubblica compe- tente come strumento efficace per «uscire» dalla crisi che è determinata dai cambiamenti dal lato dell’offerta. La crescita della domanda pubblica deve essere finanziata con l’inclusione dei redditi da capitale nei redditi assoggettati alla progressività. Allo scopo di sostenere e accelerare la transizione è indispensabile accompagnare l’uso della domanda pubblica competente con una vera e propria politica economica della conoscenza basata su: i) il rafforzamento dell’infrastruttura di ricerca pubblica; ii) sostegno selettivo all’educazione terziaria finalizzato alla crescita dell’offerta di specifiche capacità Ict; iii) la fornitura di una capillare infrastruttura digitale che aiuti a ridurre i costi di accesso e assimilazione dell’esistente riserva di conoscenza quasi-pubblica; iv) il rafforzamento dell’interazione tra ricerca pubblica e privata; v) una forte domanda pubblica competente di beni e servizi capace di soste- nere la crescita dei Kibs; vi) il sostegno attivo agli investimenti intangibili e alla domanda derivata dei Kibs.

THE COMPLEXITY OF THE TRANSITION TO THE KNOWLEDGE ECONOMY
The slow growth experienced by advanced economies since the beginning of the XXI century is regarded and interpreted as a consequence of the transition from the industrial economy to the knowledge economy. The transition is far more difficult than anticipated. The demise of the industrial core of advanced economies and its substitution with a broad range of ac- tivities based upon the generation, exploitation and use of knowledge has profound implications for the working of factor markets, specifically capital and labor markets, and product markets. Advanced countries specialize in the generation and use of knowledge that is pro- vided to the rest of the world as a strategic intermediary input. Public policy should favor the specialization in the generation of knowledge and help the exit from the industrial economy. A new knowledge policy, as opposed to the traditional industrial policy, in consequently advocated.

“Politica industriale” come investimento pubblico
English abstract
Scritto da:
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
Il capitalismo non ristagna in generale, ma in Europa e ancor più in Italia. La risposta va in primo luogo ricercata nell’investimento pubblico. Esso può avere effetti rilevanti sia sulla domanda globale sia sulla produttività delle imprese. La carenza degli investimenti pubblici – scemati ovunque nelle economie avanzate – è particolarmente grave in Italia, non solo nel Mezzogiorno.

INDUSTRIAL POLICY AS PUBLIC INVESTMENT
The world economy continues to grow. Basically, stagnation is a European phenomenon. The economic policy response should be mainly centered on public investments in infrastruc- ture. Wisely chosen on the basis of economic and social priorities, they can strongly support both aggregate demand and productivity. The weakness of public accumulation of capital in the advanced economies is particularly serious in Italy, not only in the South.

Intervento pubblico e privatizzazione della conoscenza
English abstract
Scritto da:
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
Gli ultimi decenni hanno visto una estesa privatizzazione della conoscenza che è diventata una delle componenti più importanti del capitale delle imprese. Le rendite monopolistiche della conoscenza privata hanno fatto crescere i profitti ma hanno avuto effetti negativi sulla crescita economica e sulla distribuzione della ricchezza. Nuove economie di scala e di scopo hanno favorito imprese di grandi dimensioni. Questo contesto ha visto un declino dell’eco- nomia italiana che richiede interventi pubblici adeguati alla natura monopolistica dell’economia della conoscenza.

UBLIC POLICY AND KNOWLEDGE PRIVATIZATION
The last decades have seen a huge privatization of knowledge that has become one of the most important components of firms’ capital. The monopoly rents of private knowledge have increased profits but have had bad effects on economic growth and on the distribution of wealth. New economies of scales and scope have favored large firms. In this context, the Italian economy has suffered from a decline that can be only reversed by public policies, taking into account the monopolistic features of the knowledge economy.

Oltre la «magia del libero mercato»: il ritorno della politica industriale
English abstract
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
In questo articolo sono proposte alcune riflessioni circa la natura e l’evoluzione della politica industriale e il ruolo dello Stato quale attore capace di indirizzare in modo «strategico» lo sviluppo delle economie, così come descritto da Pennacchi (2016). Viene discussa, inoltre, la relazione tra la politica industriale e il contesto macroeconomico e istituzionale – con specifico riferimento alle istituzioni del mercato del lavoro – nell’ambito del quale la stessa politica è disegnata e implementata. Si sottolinea come l’efficacia della politica industriale può essere minata allorquando il contesto macroeconomico si caratterizzi per una debole dinamica della domanda aggregata (e, in particolare, della componente pubblica della stessa domanda) e per istituzioni del mercato del lavoro che tendano a facilitare l’adozione di strategie competitive basate sulla riduzione dei costi piuttosto che sulla qualità, l’innovatività dei prodotti e sull’investimento in capitale umano. Infine, si discute criticamente l’approccio di politica economica sin qui adottato in Europa identificando nell’adozione di grandi progetti «mission oriented» (a guida pubblica) una strada alternativa per stimolare efficace- mente la crescita economica e la trasformazione tecnologica dell’economia europea. L’analisi condotta si basa su una serie di recenti contributi sugli stessi temi (Cimoli, Dosi, Stiglitz 2009; Mazzucato et al. 2015; Dosi et al. 2016; Fana, Guarascio, Cirillo 2016; Guarascio, Simonazzi 2016).

BEYOND THE «MAGIC OF MARKETS»: THE SLOW RETURN OF INDUSTRIAL POLICY
In this article we propose a discussion on the nature and evolution of industrial policy and the role of the State as an actor capable of «driving» economic development, as argued in Pennacchi (2016). It is also discussed the relationship between industrial policy and the macroeconomic and institutional framework in which it is implemented. In particular, it is stressed that the effectiveness of industrial policy can be undermined when the macroeconomic environment is characterized by weak aggregate demand (and, in particular, the public component of it) and the labor market institutions tend to facilitate the adoption of compe- titive strategies based on cost reduction rather than on products’ quality, innovation and in- vestment in human capital. Finally, we critically discuss the policy approach adopted in Eu- rope so far identifying State driven «mission oriented» projects as an alternative and effective way to stimulate economic and technological growth of the European economy. The analysis is based on a number of recent contributions on the same issues (Cimoli, Dosi, Stiglitz 2009; Mazzucato et al. 2015; Dosi et al. 2016; Fana, Guarascio, Cirillo 2016; Guarascio, Si- monazzi 2016).

Per la ripresa dello sviluppo nell’area dell’euro
English abstract
Scritto da:
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
La stagnazione che continua a caratterizzare la zona dell’euro, e le vecchie e nuove incertezze rappresentate dall’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea, dalla difficile situazione patrimoniale delle banche, non solo italiane, dalla irrisolta crisi greca, tratteggiano un orizzonte cupo per il futuro dell’area, e soprattutto per la sua periferia meridionale. È qui infatti che la crisi ha colpito più duramente, sia a seguito delle fragilità con cui questi paesi sono entrati nell’Unione, sia per le politiche seguite prima e nella crisi. Mentre un’inversione delle politiche macroeconomiche è certamente indispensabile, cresce la consapevolezza che le sole politiche di espansione della domanda non sono sufficienti per fare ripartire una crescita sostenibile. Sono tuttavia grandi le divergenze su quali «politiche dell’offerta» e che tipo di «riforme strutturali» siano necessarie. Se da un lato si sottolinea la necessità di ancora maggiore de-regolamentazione dei mercati del lavoro e dei prodotti, dall’altro cresce il consenso sulla necessità di una «nuova» politica industriale. Diverse sono però le interpretazioni sul come attuarla. Dopo un breve richiamo dell’evoluzione della teoria dello sviluppo, il saggio analizza le diverse possibili modalità attuative di una nuova politica industriale che vada a sostenere la crescita e lo sviluppo dei paesi della «periferia» dell’eurozona.

ENGINES OF GROWTH AND PATHS OF DEVELOPMENT IN THE EURO-AREA
The euro-zone has entered a period of enduring stagnation, with its Southern European members marred in austerity and recession. At the global level, the specter of a «secular stagnation» has revived long-forgotten theories. Within this context, industry is back in fashion as an engine for growth, and re-industrialisation has become a strategic goal. After the liberal phase of the last decades, industrial economists seem to agree on the need for a «new» industrial policy, which is required to tackle both the structural disadvantages of the various countries and their regions, and the challenges of globalization and the knowledge economy. While there is agreement on the premise, views differ widely on how to achieve it. In the mainstream approach the problem of development is mostly to achieve static efficiency: to better allocate resources by countering the market failures caused by monopolies, asymmetric information, and externalities. On the other hand, the network theory of development stresses the need for a multilevel analysis to capture the interactions between firms and institutions, and the interdependence of aggregate demand and the supply of products and capabilities. Government policy is called to coordinate the dispersed actions of firms, help them identify new opportunities for differentiation and up-grading, and contribute in developing the capabilities that are needed for the production of more complex products. The paper briefly reviews the historical evolution of the theory of development and investigates its implication for policies required to sustain growth and development in the Southern European members of the Eurozone.

L’Europa, la sinistra e gli investimenti pubblici
English abstract
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
Gli investimenti pubblici sono stati una delle voci maggiormente sacrificate nella stretta fiscale del triennio 2010-2013, che origina da fattori teorici, istituzionali e politici profondi. Dopo le elezioni europee del 2014 i Socialisti e democratici hanno avviato una correzione delle politiche di austerità che si è concretizzata nella Comunicazione sulla flessibilità e nel Piano Juncker. La fragilità della ripresa e i venti contrari alla crescita rendono ora necessario un orientamento più marcatamente espansivo della politica fiscale europea e in partico- lare di un’azione più forte a sostegno degli investimenti pubblici e privati.

EUROPE, THE LEFT AND PUBLIC INVESTMENT
Public investment has been one of the elements that have been mostly penalized by the restrictive fiscal policies implemented between 2010-2013. This result has strong theoretical, institutional and political foundations. After the European elections of 2014 the Socialists and Democrats have begun a correction of austerity policies which resulted in the Communication on flexibility and in the Juncker Plan. The fragility of the recovery and the persistent low growth rate requires a markedly expansionary fiscal policy of the EU and in particular a stronger action to support public and private investment.

Ops, potresti aver disabilitato i javascripts. in questo caso potrai comunque vedere tutti i contenuti ma alcune funzionalità non saranno attive
CONFRONTO «l soggetto dell’economia. Dalla crisi a un nuovo modello di sviluppo» di Laura PennacchiCONFRONTO «l soggetto dell’economia. Dalla crisi a un nuovo modello di sviluppo» di Laura Pennacchi
La centralità dello Stato nel nuovo modello di sviluppo
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
Ops, potresti aver disabilitato i javascripts. in questo caso potrai comunque vedere tutti i contenuti ma alcune funzionalità non saranno attive
TendenzeTendenze
Le ragioni della solidità e della resilienza del sindacalismo trentino
English abstract
Scritto da:
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
L’articolo analizza le traiettorie dei sindacati in Trentino e la loro interazione con gli altri attori. Il ritratto che emerge dalla survey, basata su interviste a sindacalisti e delegati, è quello di un sindacato molto solido tanto sul piano sociale che su quello dell’accesso all’arena politico-istituzionale. La variabile chiave usata per spiegare questo relativo maggior successo consiste nel processo di concertazione istituzionalizzata che aiuta le relazioni industriali e supplisce ai loro limiti.

THE ORGANIZATIONAL POWER AND RESILIENCE OF UNIONS IN TRENTINO
The article analyzes the trajectories of trade unionism in Trentino and their interaction with other actors. Based on a survey made trough interviews with trade unionists and shop stewards emerges the portrait of a solid unionism on the social and political arenas. The key variable that explains this relative success (compared with other cases in Italy) is the most institutionalized trilateral arrangements process that helps industrial relations and supplyies to their limits.

Tav o NoTav: la sicurezza lavorativa in un contesto socialmente critico
English abstract
Scritto da:
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
Il tema proposto dalla ricerca, di cui questo saggio è parte integrante, è relativo all’analisi comportamentale dei soggetti che svolgono lavori ad alto rischio in cantieri socialmente sensibili blindati – come quello dell’Alta Velocità della Val di Susa. Il saggio, oltre a far «conoscere» i lavoratori applicati nel cantiere, analizza sia il grado di relazioni esistenti con la popolazione della vallata, avversa all’opera, sia il rapporto con le forze dell’ordine e i media. Emerge ad esempio, una contrapposizione tra il valore attribuito all’opera dal movimento NoTav e quello dato dai lavoratori. In sintesi: il senso, il valore il contenuto per un’opera che la popolazione non vuole in quanto costosa, non utile e devastante per l’ambiente contrapposto alla necessità di reddito per i lavoratori applicati alla costruzione della Tav. Una contrapposizione che ha portato alla militarizzazione del cantiere, a militarizzare il lavoro. Il saggio cerca di rispondere anche a una domanda: perché nessuno parla di questi lavoratori? e anche: perché il loro silenzio? e come leggere la mancanza del racconto della comunità del lavoro del cantiere? Si può considerare il cantiere della Val di Susa simile ad altri cantieri edili e di conseguenza «chiuderlo e leggerlo» solamente nel perimetro contrattuale; oppure il cantiere Tav rappresenta un paradigma, quello dell’attuale sviluppo basato sulle grandi opere che divide l’opinione pubblica, e quindi si sta da una parte o dall’altra. Un vero conflitto pertanto che impedisce una possibile saldatura tra due diverse comunità.

TAV OR NOTAV: THE WORK-RELATED SECURITY IN A SOCIAL CRITICAL ENVIRONMENT
The essay is focused on the analysis of the behavior of the individuals employed in high-risk works, mainly in socially critical construction sites, such as the one of the Alta Velocità in Val di Susa. The essay first allows to know the construction workers employed in the site, then it analyzes the degree of relationships between them, the inhabitants of the valley (who oppose the Tav), the law enforcement agencies, and the social media. From the proposed study, a contradiction emerges between the value given to the infrastructural work by either the NoTav movement and by the workers themselves. The former thinks that it is an expen- sive, useless and environmental dangerous work. For the latter, it is instead a source of salary. Such a contrast results in the decision to militarize the construction site. However, the present essay tries to solve a question. Why does no one deals with the worker point of view? Why do they not fight to have their voice known? In this respect, the construction site in Val di Susa can be intended as a classical construction site, which therefore has to be interpreted from only a contractual point of view. Rather, it can be analyzed as a paradigm of the main infrastructural works, which divide the opinion, thereby resulting in conflict between the individuals involved.

Ops, potresti aver disabilitato i javascripts. in questo caso potrai comunque vedere tutti i contenuti ma alcune funzionalità non saranno attive
Fondazione Giuseppe Di VittorioFondazione Giuseppe Di Vittorio
Dieci anni vissuti pericolosamente. La Confederazione internazionale dei sindacati nella grande crisi globale Parte II
English abstract
Scritto da:
Devi essere abbonato per poter vedere l'articolo completo
abbonati
Dieci anni fa, a Vienna, nasceva la Confederazione internazionale dei sindacati (Csi), dalla fusione delle precedenti Cisl internazionale e Cmt. Pochi mesi dopo cominciava la grande crisi globale, che tuttora attanaglia l’economia mondiale, con il suo portato di disoccupazione, diseguaglianze, ulteriore spinta a politiche neoliberiste contrarie ai diritti sociali e del lavoro. Come ha operato, in questi dieci anni, la Csi? Il presente lavoro – suddiviso in due parti – cerca di dare una panoramica dell’azione della Csi, soprattutto nei confronti delle istituzioni internazionali e della «leadership» globale, facendo la cronaca delle sue posizioni e dei suoi rapporti verso Ilo, G8-G20, Fmi e Banca mondiale, Ocse, Omc.

TEN YEARS OF LIVING DANGEROUSLY. THE INTERNATIONAL TRADE UNION CONFEDERATION FACING THE GREAT GLOBAL CRISIS. PART II
Ten years ago, in Vienna, the International Trade Unions Confederation (Ituc) was estab- lished, merging the previous Icftu and Wcl. A few months later, the great global crisis, still affecting the world’s economy, erupted. Main consequences were: unemployment, inequalities, further pushing of neoliberal policies against the workers’ and social rights. How did the Ituc work in these ten years? The present work – in two parts – gives an overview of the Ituc action, mainly in its interaction with the International Institutions and the global «leadership», such as Ilo, G8-G20, Imf and Wb, Oecd, Wto.