discriminazioni

Molestie sessuali e danni non patrimoniali con funzione dissuasiva

Articolo scritto da: Daniela Izzi

L’A. commenta la sentenza che ha confermato in appello la condanna ad un consistente risarcimento di danni non patrimoniali emessa a carico di un datore di lavoro accusato di molestie sessuali da due distinte lavoratrici e in via autonoma, dato il carattere reiterato e diffuso di tali condotte e la conseguente valenza collettiva delle stesse, dalla Consigliera di parità della Toscana. L’apprezzamento per la complessiva impostazione della pronuncia e per la valorizzazione delle norme antidiscriminatorie europee si accompagna alla formulazione di qualche rilievo critico.

Corte Appello Firenze, N.968-11 Luglio 2013

(Corte Appello Firenze
N:968 - 11 Luglio 2013)

Pres. Pieri, Est. Liscio – M.R. e L.H.E. Srl (avv. Bava) c. G.D. e B.M. (avv. Bruni) e Consigliera di parità della Regione Toscana (avv. Amoriello). Conf. Trib. Pistoia, 8 settembre 2012.

Note: Molestie sessuali e danni non patrimoniali con funzione dissuasiva
Parole chiave: sessuali :: Molestie :: discriminazioni ::

Discriminazioni – Molestie sessuali di carattere collettivo – Azione autonoma della Consigliera di parità – Onere della prova – Regime probatorio alleggerito ex art. 40, d.lgs. n. 198/2006 – Applicabilità.

L’art. 40 del d.lgs. n. 198/2006, che stabilisce un «alleggerimento» dell’onere della prova a carico della parte che ricorre contro una discriminazione di sesso, si applica all’azione autonoma esperita dalla Consigliera di parità in un caso di molestie sessuali di carattere collettivo, compiute dal datore di lavoro ai danni di diverse lavoratrici.
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Donne, accesso al lavoro e progressioni di carriera

Articolo scritto da: Serena Zitti

L'articolo mette in luce due profili problematici: la discriminazione uomo-donna nella fase di accesso al lavoro permane ed è anzi amplificata dal ruolo dei nuovi soggetti operanti nell’intermediazione; le discriminazioni in caso di gravidanza si atteggiano in forme nuove che tendono a trarre alimento dalla stessa tutela della maternità secondo una logica datoriale che stravolge la ratio degli istituti spingendosi verso false interpretazioni dei contratti collettivi o della legge.

Corte Appello Torino, N.564-14 Mag 2008

(Corte Appello Torino
N:564 - 14 Mag 2008)

Pres. Peyron, Est. Trafighet – Comune di Orbassano (avv. Bosco) c. R. D. (avv. Caffaratti) e c. L. C., Consigliera di parità della Provincia di Torino (avv. Caffaratti).

Note: Donne, accesso al lavoro e progressioni di carriera

Discriminazioni – Discriminazioni di genere – Inquadramento – Computo del periodo di astensione obbligatoria per maternità ai fini della progressione di carriera – Diritto alla valutazione per il periodo lavorato – Mancata valutazione funzionale alla progressione – Violazione contrattuale – Comportamento discriminatorio

La mancata valutazione dell’attività della lavoratrice (perché in maternità per un periodo superiore al limite fissato arbitrariamente dall’amministrazione pubblica), valutazione nella specie funzionale al passaggio di carriera, ha determinato la violazione non solo della normativa contrattuale che prevede che i periodi di aspettativa per gravidanza e maternità obbligatoria siano considerati a tutti gli effetti quale servizio effettivamente prestato, ma anche della norma di cui all’art. 42, d.lgs. n. 198/2006, che al comma 2, punto a), prevede la possibilità di azioni positive per le pari opportunità e l’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne nel lavoro per eliminare le disparità […] nella progressione di carriera.
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Tribunale Prato, N.263-21 Novembre 2007

(Tribunale Prato
N:263 - 21 Novembre 2007)

Giud. Rizzo – B. M., B. M., N. S. e, nella qualità di Consigliera di parità della Regione Toscana, C. M. (avv.ti Rusconi e Valenti), C. R., G. S., G. E., L. A., L. L. F., M. E., P. C., S. D., M. C. e, in qualità di Consigliera di parità della Regione Toscana, C. M. (avv. Bologni) c. Cariprato Spa (avv.ti Papaleoni e Cappellini).

Note: Donne, accesso al lavoro e progressioni di carriera

Discriminazioni – Discriminazioni di genere – Accertamento progressione automatica di carriera – Accertamento riconoscimento periodi di astensione facoltativa ai fini dell’anzianità – Retribuzione – Azione collettiva di discriminazione ex art. 4, legge n. 125/1991.

La condotta assunta dalla società convenuta (mancato riconoscimento dei periodi di astensione facoltativa quali periodi utili al computo dell’anzianità richiesta ai fini della progressione automatica di carriera e dei relativi benefìci economici) si risolve in una discriminazione indiretta ai sensi del comma 2 dell’art. 4, legge n. 125/1991. Le ricorrenti, quali fruitrici della tutela loro apprestata dall’art. 7, legge n. 1204/1971, sono state oggetto di una discriminazione in ragione del sesso, con la conseguenza che le loro carriere dovranno essere ricostruite computando nell’anzianità di servizio utile ai fini della progressione automatica (di cui all’art. 10 Ccnl Acri del 19 dicembre 1994) anche i periodi di astensione facoltativa per maternità
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Tribunale Firenze, Sez. I pen., N.2926-10 Dicembre 2007

(Tribunale Firenze, Sez. I pen.
N:2926 - 10 Dicembre 2007)

Giud. Boscherini – imputati C. F. (avv. Del Core), C. A. e R. A. (avv. Bestini), P. A. (avv. De Luca); parti civili S. F. e, in qualità di Consigliera di parità della Regione Toscana, C. M. (avv. Guidotti).

Note: Donne, accesso al lavoro e progressioni di carriera

Discriminazioni – Discriminazioni di genere – Attività di selezione del personale – Esercizio abusivo di intermediazione – Sanzioni penali – Risarcibilità del danno.

Il precetto dell’art. 10, d.lgs. n. 276/2003, non è rivolto a «chiunque», ma a chi gestisce agenzie per il lavoro e quindi dà luogo a una figura di reato proprio, che si aggiunge alla generale previsione degli artt. 1 e 16, legge n. 903/1977. Il reato in parola genera un danno morale al soggetto discriminato, consistente nella sofferenza psichica conseguente al rifiuto dell’esame della candidatura (per un lavoro che astrattamente poteva corrispondere alla sua preparazione professionale) fondato sul mero fatto di appartenere al genere femminile.
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La "neutralizzazione" della persona che lavora dietro il velo del principio di neutralità

Articolo scritto da: Pierluigi Digennaro

Il contributo esamina la sentenza della C.EDU Ebrahimian c. Francia, in materia di libertà di opinione, coscienza e religione. Dopo aver chiarito le questioni di fondo inerenti la pronuncia, si esaminano criticamente i passaggi fondamentali della stessa richiamando contestualmente i numerosi precedenti inerenti la questione al fine di mostrare continuità o contraddizioni. Infine, vengono chiariti gli effetti, sul piano del diritto al lavoro e della discriminazione sui luoghi di lavoro, derivanti dalla pronuncia e si sottolinea il difetto di impostazione delle questioni giuridicamente rilevanti

Corte Europea dei Diritti Umani, N.-26 Novembre 2015

(Corte Europea dei Diritti Umani
N: - 26 Novembre 2015)

Sez. Quinta, ricorso n. 64846/11 – Pres. Casadevall – Ebrahimian (Word, avocat) c. Francia (François Alabrune agente, direttore degli affari giuridici al ministero degli Affari Esteri).

Note: La "neutralizzazione" della persona che lavora dietro il velo del principio di neutralità
Parole chiave: rapporto di lavoro :: discriminazioni ::

Discriminazioni – Libertà di pensiero, coscienza, e religione nel rapporto di lavoro – Cedu – Lavoro a tempo parziale – Lavoro pubblico – Sanzione disciplinare – Restrizioni consentite – Margine di apprezzamento

Non si può ritenere che le autorità nazionali abbiano ecceduto il loro margine di apprezzamento nel riscontare che non vi fossero possibilità di riconciliare le convinzioni religiose di una lavoratrice che svolga una funzione pubblica con il divieto di manifestarle quand’anche ciò comporti la sanzione della perdita del lavoro, se ciò è dovuto alla volontà di dare precedenza al requisito della neutralità e imparzialità dello Stato e al funzionamento del servizio pubblico su basi di eguaglianza di trattamento dei pazienti.
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Un’altra freccia nell’arco del diritto antidiscriminatorio: il danno non patrimoniale con funzione punitiva

Articolo scritto da: Maria-Cristina Cimaglia

L'Autrice esamina una decisione molto importante di merito con la quale il diritto antidiscriminatorio si dota di un ulteriore strumento per garantirne l’effettività: la funzione punitiva assegnata al danno non patrimoniale. Nel conferire tale funzione alla tecnica di tutela risarcitoria si rafforza il potere deterrente dell’apparato a tutela delle vittime di discriminazioni, poiché si determina un incremento dei risarcimenti dovuti e soprattutto, come nel caso di specie, si legittima il risarcimento a titolo proprio a favore del Consigliere o della Consigliera di pari

Tribunale Pistoia, N.177-8 Settembre 2012

(Tribunale Pistoia
N:177 - 8 Settembre 2012)

Est. Tarquini – G.D. e B.M. (avv. Bruni) e Consigliera di parità della Regione Toscana (avv. Amoriella) c. R.M. e L.H.E. Srl (avv.ti D. Tofanelli, S. Grelli).

Note: Un’altra freccia nell’arco del diritto antidiscriminatorio: il danno non patrimoniale con funzione punitiva

Discriminazioni – Molestie sessuali – Legittimazione ad agire a titolo proprio della Consigliera di parità – Sussiste.

Le molestie sessuali operate a danno delle lavoratrici di un’azienda assumono il carattere di discriminazioni collettive e legittimano, pertanto, l’azione in giudizio a titolo proprio della Consigliera di parità.
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Il caso Hay e la Corte di giustizia: una nuova dottrina contro la discriminazione delle coppie omosessuali

Articolo scritto da: Francesco Rizzi

Il commento propone un'analisi della decisione della Corte di Giustizia nel caso Hay, inerente l'applicazione del divieto di discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale in merito al riconoscimento di benefici legati all'attività lavorativa ai dipendenti omosessuali uniti in un PACS. L'A. evidenzia come la sentenza rappresenti una positiva evoluzione della giurisprudenza della Corte per i diritti delle coppie dello stesso sesso perché i) assicura un'autonoma valutazione ai fini della comparazione operata dalla Corte e ii) estende il diritto alla parità di trattamento.

Corte di Giustizia, N.C-267/12-12 Dicembre 2013

(Corte di Giustizia
N:C-267/12 - 12 Dicembre 2013)

Sezione Quinta – Pres. von Danwitz, Avv. Gen. Jääskinen – F. Hay (avv. Lamamra) c. Crédit agricole mutuel de Charente-Maritime et des Deux-Sèvres (avv. Gatineau).

Note: Il caso Hay e la Corte di giustizia: una nuova dottrina contro la discriminazione delle coppie omosessuali
Parole chiave: discriminazioni :: coppie omosessuali ::

Discriminazioni – Art. 2, paragrafo 2, lettera a, Direttiva n. 2000/78/Ce – Divieto di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale – Contratto collettivo che riserva un beneficio ai dipendenti che contraggano matrimonio – Esclusione dei lavoratori omossessuali uniti in patto civile di solidarietà – Illegittimità.

L’art. 2, par. 2, lett. a, Dir. 2000/78/Ce, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretato nel senso che esso osta a una disposizione di un contratto collettivo a termini della quale a un lavoratore dipendente unito in un patto civile di solidarietà con una persona del medesimo sesso sono negati benefìci, segnatamente giorni di congedo straordinario e premio stipendiale, concessi ai dipendenti in occasione del loro matrimonio, quando la normativa nazionale dello Stato membro interessato non consente alle persone del medesimo sesso di sposarsi, allorché, alla luce della finalità e dei presupposti di concessione di tali benefìci, detto lavoratore che contragga matrimonio.
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Sul licenziamento «discriminatorio» della lavoratrice madre

Articolo scritto da: Marco Peruzzi

L’analisi comparata delle due pronunce in esame fornisce l’occasione per ricostruire l’annoso dibattito che ha interessato la disciplina del licenziamento intimato durante il periodo di gravidanza e il rapporto tra tale istituto e il licenziamento discriminatorio per ragioni di genere.

Tribunale Forlì, N.75-22 Marzo 2007

(Tribunale Forlì
N:75 - 22 Marzo 2007)

Est. Allegra – F. (avv. Graziani) e Consigliera di parità della Provincia di Forlì Cesena (avv. Graziani) c. Biemme Elettrocambi Srl (avv.ti Dolcini e Beleffi).

Note: Sul licenziamento «discriminatorio» della lavoratrice madre

Discriminazioni – Licenziamento discriminatorio – Condizione di lavoratrice madre – Nullità del licenziamento – Riassunzione – Deroga al divieto di licenziamento per cessazione dell’attività aziendale – Non sussiste.

Sussistendo elementi per considerare in via deliberativa nullo il licenziamento irrogato durante il periodo di gravidanza, la lavoratrice ha diritto alla riammissione al lavoro. Trattandosi di impresa con meno di quindici dipendenti, non può essere pronunciato formale provvedimento di reintegrazione, d’altra parte neppure richiesto dalla ricorrente, che ha appunto domandato la riassunzione nel posto di lavoro.
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Tribunale di Milano, N.2694-9 Agosto 2007

(Tribunale di Milano
N:2694 - 9 Agosto 2007)

Est. Ravazzoni – P. (avv.ti Chessa e Coccia) e Consigliere di parità della Provincia di Milano (avv. Mottalini) c. CM Sistemi Spa (avv.ti Prosperetti, Dal Bo e Del Pennino).

Note: Sul licenziamento «discriminatorio» della lavoratrice madre

Discriminazioni – Licenziamento discriminatorio – Condizione di lavoratrice madre – Onere della prova – Nullità del licenziamento – Reintegrazione nel posto di lavoro.

Nel concetto di discriminazione basata sul sesso va annoverata anche la discriminazione collegata alla stato di gravidanza/maternità, come risulta dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia Ce, le cui indicazioni sono state trasfuse nell’art. 2, comma 7, Direttiva n. 2002/73/Ce. Ai sensi dell’art. 3 della legge n. 108/1990, ai licenziamenti nulli in quanto discriminatori si estendono le conseguenze sanzionatorie previste dall’art. 18 della legge n. 300/1970, a prescindere dal numero dei dipendenti e anche a favore dei dirigenti.
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Sull'assenza di limiti alla disapplicazione: l'effetto diretto orizzontale dopo il caso Dansk

Articolo scritto da: Laura Calafà

Con la pronuncia 19 aprile 2016, causa C-441/14 Dansk, la Corte di giustizia perfeziona il filone interpretativo inaugurato con Mangold e proseguito con Kücükdeveci in materia di discriminazione fondata sull’età e diritto del lavoro. L’elemento di novità della pronuncia non risiede tanto nelle precisazioni sulla configurazione delle discriminazione diretta per età, quanto per le note tecniche fornite ai giudici nazionali in materia di disapplicazione del diritto interno non conforme al diritto dell’Unione

Corte di giustizia dell'Ue, N.C-441/14-16 Mag 2016

(Corte di giustizia dell'Ue
N:C-441/14 - 16 Mag 2016)

Grande Sezione – Pres. Lenaerts, Avv. Gen. Bot – Dansk Industri c. Successione Karsten Eigil Rasmussen.

Note: Sull'assenza di limiti alla disapplicazione: l'effetto diretto orizzontale dopo il caso Dansk
Parole chiave: rapporto di lavoro :: Divieto :: discriminazioni ::

Discriminazioni – Direttiva n. 2000/78 – Indennità di licenziamento – Esclusione – Diritto alla pensione di vecchiaia – Regime pensionistico al quale il lavoratore abbia aderito prima dei cinquanta anni d’età – Discriminazione in base all’età – Sussistenza. Discriminazioni – Principio generale di non discriminazione in base all’età – Interpretazione conforme e disapplicazione del diritto interno non conforme – Condizioni – Principio di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento – Irrilevanza – Applicazione di una disposizione nazionale contraria al diritto dell’Ue – Lesione del diritto dei privati – Responsabilità dello Stato membro – Esclusione.

Il principio generale della non discriminazione in ragione dell’età, come espresso concretamente dalla Direttiva n. 2000/78, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, dev’essere interpretato nel senso che esso osta, anche in una controversia tra privati, a una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, che priva un lavoratore subordinato del diritto di beneficiare di un’indennità di licenziamento allorché ha titolo a una pensione di vecchiaia da parte del datore di lavoro nell’ambito di un regime pensionistico al quale tale lavoratore subordinato abbia aderito prima del compimento del cinquantesimo anno di età.
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Lavoratrici del settore aereo e discriminazione nel computo dell’indennità di maternità

Articolo scritto da: Redazione

Il Tribunale di Busto Arsizio accoglie il ricorso della Consigliera di parità della Regione Lombardia dichiarando discriminatorio il comportamento dell’ente previdenziale che per il calcolo dell’indennità di maternità alle lavoratrici del settore aereo utilizza la retribuzione imponibile ai fini previdenziali e fiscali anziché gli artt. 22 e 23 d.lgs. 314/1997, interpretati secondo le norme comunitarie e i principi costituzionali. Per il Giudice anche la contrattazione collettiva per gli assistenti di volo può indicare i criteri utili per il computo dell’indennità di maternità.

Tribunale Busto Arsizio, N.458-1 Ottobre 2012

(Tribunale Busto Arsizio
N:458 - 1 Ottobre 2012)

Est. Molinari – Consigliera di parità della Regione Lombardia (avv.ti Manassero, Civitelli) c. Inail, già Ipsema (avv.ti Tomba, Capodiferro).

Note: Lavoratrici del settore aereo e discriminazione nel computo dell’indennità di maternità
Parole chiave: discriminazione :: calcolo :: indennità :: maternità :: volo ::

Discriminazioni – Calcolo indennità di maternità – Retribuzione di riferimento – Computo al 50% dell’indennità di volo – Discriminazione diretta di genere – Sussiste.

Costituisce discriminazione diretta di genere l’erogazione dell’indennità di maternità alle lavoratrici del settore aereo prendendo come parametro di riferimento la retribuzione imponibile per il calcolo dei contributi previdenziali, allineata alla retribuzione imponibile a fini fiscali ex art. 6 del d.lgs. n. 314/1997, a norma del quale l’indennità di volo si computa solo per il 50%.
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Discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale: la potenzialità lesiva di una dichiarazione pubblica

Articolo scritto da: Annalisa Feltre

La sentenza affronta il tema della configurabilità di una discriminazione diretta nell’ipotesi in cui la condotta si sia limitata a una dichiarazione con la quale il datore renda pubblicamente noto di non voler assumere presso il proprio studio professionale candidati omosessuali, pur in assenza di una procedura selettiva aperta e di candidati che denuncino la condotta discriminatoria. Dopo aver brevemente inquadrato la disciplina, viene esposta la tesi della Corte la quale, in continuità con l’orientamento che si sta consolidando a livello europeo, conferma che tale dichiarazione diretta

Corte Appello Brescia, N.399-11 Dicembre 2014

(Corte Appello Brescia
N:399 - 11 Dicembre 2014)

Pres. Nuovo, Est. Finazzi - T.C. (avv.ti Giuliani, Taormina, Merlini) c. Ass.ne Avvocatura per i diritti Lgbt Rete Lenford (avv.ti Caput, Guarisio, Sforza)

Note: Discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale: la potenzialità lesiva di una dichiarazione pubblica

Discriminazioni - Discriminazioni dirette fondate sull'orientamento sessuale - Accesso all'impiego - Dichiarazioni pubbliche del datore di lavoro - Assenza di un denunciante identificato - Limitazione delle condizioni di accesso al lavoro - Onere della prova

La dichiarazione con cui un professionista rende pubblicamente noto di non voler assumere presso il proprio studio professionale candidati omosessuali (pur in assenza di una procedura di assunzione selettiva di assunzione aperta e di danneggiati che denuncino la condotta discriminatoria) è idonea a integrare una discriminazione diretta, in quanto la stessa costituisce una limitazione delle condizioni di accesso all'occupazione e al lavoro
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Il diritto di contrattazione collettiva nel filtro del principio di non discriminazione

Articolo scritto da: Alberto-Mattei

Per la Corte di Giustizia, in un contratto collettivo la retribuzione di base di un agente contrattuale del settore pubblico, al momento dell’assunzione, non può essere fissata in funzione della sua età, altrimenti s’incorre nella violazione del principio di non discriminazione per età. E’ questo il nocciolo della pronuncia commentata che offre l’occasione per riflettere sul fattore dell’uguaglianza, come chiave di volta del sistema e riflesso del divieto di non discriminazione.

CORTE DI GIUSTIZIA UE, N.Sezione II, cause C-297/10 e C-298/10-8 Settembre 2011

(CORTE DI GIUSTIZIA UE
N:Sezione II, cause C-297/10 e C-298/10 - 8 Settembre 2011)

Pres. J.N. Cunha Rodrigues, Est. P. Lindh – Sabine Hennings c. Eisenbahn-Bundesamt e Land Berlin c. Alexander Mai (Avv. Gen. V. Trestnjak)

Note: Il diritto di contrattazione collettiva nel filtro del principio di non discriminazione

Discriminazioni – Direttiva n. 2000/78/Ce – Contratto Collettivo – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Artt. 21 e 28 – Contratto collettivo in materia di retribuzione degli agenti contrattuali del settore pubblico di uno Stato membro – Retribuzione fissata in base all’età – Contratto collettivo che abolisce la fissazione della retribuzione in base all’età – Mantenimento dei diritti acquisiti.

Il principio di non discriminazione in base all’età e gli artt. 2 e 6, n. 1, della Direttiva n. 2000/78/Ce devono essere interpretati nel senso che ostano a una misura prevista da un contratto collettivo a termini della quale il livello di retribuzione di base di un agente contrattuale del settore pubblico è determinato, al momento dell’assunzione di tale agente, in funzione della sua età e non ostano a una misura prevista da un contratto collettivo che sostituisce un regime di retribuzione che comporta una discriminazione in base all’età con un regime di retribuzione fondato su criteri oggettivi.
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