discriminazioni

Discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale: la potenzialità lesiva di una dichiarazione pubblica

Articolo scritto da: Annalisa Feltre

La sentenza affronta il tema della configurabilità di una discriminazione diretta nell’ipotesi in cui la condotta si sia limitata a una dichiarazione con la quale il datore renda pubblicamente noto di non voler assumere presso il proprio studio professionale candidati omosessuali, pur in assenza di una procedura selettiva aperta e di candidati che denuncino la condotta discriminatoria. Dopo aver brevemente inquadrato la disciplina, viene esposta la tesi della Corte la quale, in continuità con l’orientamento che si sta consolidando a livello europeo, conferma che tale dichiarazione diretta

Corte Appello Brescia, N.399-11 Dicembre 2014

(Corte Appello Brescia
N:399 - 11 Dicembre 2014)

Pres. Nuovo, Est. Finazzi - T.C. (avv.ti Giuliani, Taormina, Merlini) c. Ass.ne Avvocatura per i diritti Lgbt Rete Lenford (avv.ti Caput, Guarisio, Sforza)

Note: Discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale: la potenzialità lesiva di una dichiarazione pubblica

Discriminazioni - Discriminazioni dirette fondate sull'orientamento sessuale - Accesso all'impiego - Dichiarazioni pubbliche del datore di lavoro - Assenza di un denunciante identificato - Limitazione delle condizioni di accesso al lavoro - Onere della prova

La dichiarazione con cui un professionista rende pubblicamente noto di non voler assumere presso il proprio studio professionale candidati omosessuali (pur in assenza di una procedura di assunzione selettiva di assunzione aperta e di danneggiati che denuncino la condotta discriminatoria) è idonea a integrare una discriminazione diretta, in quanto la stessa costituisce una limitazione delle condizioni di accesso all'occupazione e al lavoro
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Il diritto di contrattazione collettiva nel filtro del principio di non discriminazione

Articolo scritto da: Alberto-Mattei

Per la Corte di Giustizia, in un contratto collettivo la retribuzione di base di un agente contrattuale del settore pubblico, al momento dell’assunzione, non può essere fissata in funzione della sua età, altrimenti s’incorre nella violazione del principio di non discriminazione per età. E’ questo il nocciolo della pronuncia commentata che offre l’occasione per riflettere sul fattore dell’uguaglianza, come chiave di volta del sistema e riflesso del divieto di non discriminazione.

CORTE DI GIUSTIZIA UE, N.Sezione II, cause C-297/10 e C-298/10-8 Settembre 2011

(CORTE DI GIUSTIZIA UE
N:Sezione II, cause C-297/10 e C-298/10 - 8 Settembre 2011)

Pres. J.N. Cunha Rodrigues, Est. P. Lindh – Sabine Hennings c. Eisenbahn-Bundesamt e Land Berlin c. Alexander Mai (Avv. Gen. V. Trestnjak)

Note: Il diritto di contrattazione collettiva nel filtro del principio di non discriminazione

Discriminazioni – Direttiva n. 2000/78/Ce – Contratto Collettivo – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Artt. 21 e 28 – Contratto collettivo in materia di retribuzione degli agenti contrattuali del settore pubblico di uno Stato membro – Retribuzione fissata in base all’età – Contratto collettivo che abolisce la fissazione della retribuzione in base all’età – Mantenimento dei diritti acquisiti.

Il principio di non discriminazione in base all’età e gli artt. 2 e 6, n. 1, della Direttiva n. 2000/78/Ce devono essere interpretati nel senso che ostano a una misura prevista da un contratto collettivo a termini della quale il livello di retribuzione di base di un agente contrattuale del settore pubblico è determinato, al momento dell’assunzione di tale agente, in funzione della sua età e non ostano a una misura prevista da un contratto collettivo che sostituisce un regime di retribuzione che comporta una discriminazione in base all’età con un regime di retribuzione fondato su criteri oggettivi.
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Abbassamento dell'età pensionabile e motivi di giustificazione delle disparità di trattamento

Articolo scritto da: Stefano Guadagno

La nota commenta una sentenza della Corte di Giustizia Ue (derivante da un ricorso per inadempimento della Commissione) in tema di discriminazione per motivi di età, con particolare riferimento all’abbassamento dell’età pensionabile per giudici, procuratori e notai ungheresi. La pronuncia statuisce che la misura nazionale in questione non è proporzionata alle finalità di uniformare l'età pensionabile delle professioni del servizio pubblico e instaurare una ripartizione equilibrata delle fasce di età nel settore, risultando incompatibile col quadro normativo delineato dalla Direttiva 2000/78.

Corte di Giustizia dell'UE, N.causa C-286/12-6 Novembre 2012

(Corte di Giustizia dell'UE
N:causa C-286/12 - 6 Novembre 2012)

Sez. Prima – Commissione europea c. Ungheria – Avv. Gen. J Kokott.

Note: Abbassamento dell'età pensionabile e motivi di giustificazione delle disparità di trattamento

Parità di trattamento – Età pensionabile – Art. 258 TfUe – Direttiva n. 2000/78/Ce – Regime nazionale che impone la cessazione dell’attività professionale dei giudici, dei procuratori e dei notai che abbiano compiuto 62 anni di età – Disparità di trattamento.

L’Ungheria, avendo adottato un regime nazionale che impone la cessazione dell’attività professionale di giudici, procuratori e notai che abbiano compiuto 62 anni di età, il quale comporta una disparità di trattamento in ragione dell’età non proporzionata rispetto alle finalità perseguite, è venuta meno agli obblighi a essa incombenti in forza degli articoli 2 e 6, paragrafo 1, della Direttiva n. 2000/78/Ce del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.
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Cassazione, N.23948-24 Novembre 2015

(Cassazione
N:23948 - 24 Novembre 2015)

Pres. Manna, Est. Balestrieri, P.M. Sanlorenzo (conf.) – B.F. (avv. Prosperi Mangili) c. Inps (avv.ti Sgroi, Maritato, D’Aloisio). Conf. Corte d’Appello di Roma, 24.3.2011

Note: Pensioni e part-time: regimi previdenziali e prospettive antidiscriminatorie nella giurisprudenza multilivello
Parole chiave: pensione ::

Pensione – Anzianità contributiva – Calcolo – Lavoro a tempo parziale verticale ciclico – Accordo quadro sul lavoro a tempo parziale – Esclusione dei periodi non lavorati – Discriminazione.

I lavoratori con orario di lavoro a tempo parziale verticale ciclico non possono vedersi esclusi dall’anzianità contributiva richiesta per l’accesso alla pensione i periodi non lavorati nell’ambito del programma negoziale lavorativo concordato. L’art. 7, c. 1, della l. n. 638 del 1983 deve essere interpretato in conformità del principio di supremazia della normativa europea rispetto a quella nazionale in contrasto con essa.
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Età pensionabile delle ballerine e discriminazione sulla base del sesso

Articolo scritto da: Giorgio Desto

La nota esamina una sentenza avente a oggetto il vaglio di legittimità del trattamento differenziato sulla base del sesso in ordine al limite massimo di pensionamento previsto per i lavoratori dello spettacolo appartenenti alle categorie dei tersicorei e ballerini, che viene risolto attraverso l'utilizzo del principio di non discriminazione in base al sesso mediante la disapplicazione della norma interna, non conforme al diritto europeo, da parte del giudice nazionale, producendo come effetto l'equiparazione dei lavoratori e delle lavoratrici relativamente al limite massimo dell'età lavorativa

Tribunale Verona, N.-2 Dicembre 2011

(Tribunale Verona
N: - 2 Dicembre 2011)

Est. Gesumunno – Consigliera di parità della Provincia di Verona, A.G. (avv. Fanini) c. Fondazione Arena di Verona (avv. Belligoli).

Note: Età pensionabile delle ballerine e discriminazione sulla base del sesso
Parole chiave: discriminazione :: parità :: trattamento :: età :: pesnione ::

Parità di trattamento – Discriminazioni in ragione del sesso – Età pensionabile delle ballerine – Pensione

Non è conforme al diritto dell’Unione europea, il trattamento differenziato sulla base del sesso in ordine al limite massimo di pensionamento previsto per i lavoratori dello spettacolo appartenenti alle categorie dei tersicorei e dei ballerini (art. 4, comma 4, d.lgs. n. 182/1997, come modificato dall’art. 3, comma 7, d.l. n. 64/2010), in quanto contrario al principio generale di non discriminazione in base al sesso del lavoratore che deve essere garantito a tutti i soggetti, nell’ambito di competenza dell’ordinamento comunitario
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Molestie sessuali e danni non patrimoniali con funzione dissuasiva

Articolo scritto da: Daniela Izzi

L’A. commenta la sentenza che ha confermato in appello la condanna ad un consistente risarcimento di danni non patrimoniali emessa a carico di un datore di lavoro accusato di molestie sessuali da due distinte lavoratrici e in via autonoma, dato il carattere reiterato e diffuso di tali condotte e la conseguente valenza collettiva delle stesse, dalla Consigliera di parità della Toscana. L’apprezzamento per la complessiva impostazione della pronuncia e per la valorizzazione delle norme antidiscriminatorie europee si accompagna alla formulazione di qualche rilievo critico.

Corte Appello Firenze, N.968-11 Luglio 2013

(Corte Appello Firenze
N:968 - 11 Luglio 2013)

Pres. Pieri, Est. Liscio – M.R. e L.H.E. Srl (avv. Bava) c. G.D. e B.M. (avv. Bruni) e Consigliera di parità della Regione Toscana (avv. Amoriello). Conf. Trib. Pistoia, 8 settembre 2012.

Note: Molestie sessuali e danni non patrimoniali con funzione dissuasiva
Parole chiave: sessuali :: Molestie :: discriminazioni ::

Discriminazioni – Molestie sessuali di carattere collettivo – Azione autonoma della Consigliera di parità – Onere della prova – Regime probatorio alleggerito ex art. 40, d.lgs. n. 198/2006 – Applicabilità.

L’art. 40 del d.lgs. n. 198/2006, che stabilisce un «alleggerimento» dell’onere della prova a carico della parte che ricorre contro una discriminazione di sesso, si applica all’azione autonoma esperita dalla Consigliera di parità in un caso di molestie sessuali di carattere collettivo, compiute dal datore di lavoro ai danni di diverse lavoratrici.
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Donne, accesso al lavoro e progressioni di carriera

Articolo scritto da: Serena Zitti

L'articolo mette in luce due profili problematici: la discriminazione uomo-donna nella fase di accesso al lavoro permane ed è anzi amplificata dal ruolo dei nuovi soggetti operanti nell’intermediazione; le discriminazioni in caso di gravidanza si atteggiano in forme nuove che tendono a trarre alimento dalla stessa tutela della maternità secondo una logica datoriale che stravolge la ratio degli istituti spingendosi verso false interpretazioni dei contratti collettivi o della legge.

Corte Appello Torino, N.564-14 Mag 2008

(Corte Appello Torino
N:564 - 14 Mag 2008)

Pres. Peyron, Est. Trafighet – Comune di Orbassano (avv. Bosco) c. R. D. (avv. Caffaratti) e c. L. C., Consigliera di parità della Provincia di Torino (avv. Caffaratti).

Note: Donne, accesso al lavoro e progressioni di carriera

Discriminazioni – Discriminazioni di genere – Inquadramento – Computo del periodo di astensione obbligatoria per maternità ai fini della progressione di carriera – Diritto alla valutazione per il periodo lavorato – Mancata valutazione funzionale alla progressione – Violazione contrattuale – Comportamento discriminatorio

La mancata valutazione dell’attività della lavoratrice (perché in maternità per un periodo superiore al limite fissato arbitrariamente dall’amministrazione pubblica), valutazione nella specie funzionale al passaggio di carriera, ha determinato la violazione non solo della normativa contrattuale che prevede che i periodi di aspettativa per gravidanza e maternità obbligatoria siano considerati a tutti gli effetti quale servizio effettivamente prestato, ma anche della norma di cui all’art. 42, d.lgs. n. 198/2006, che al comma 2, punto a), prevede la possibilità di azioni positive per le pari opportunità e l’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne nel lavoro per eliminare le disparità […] nella progressione di carriera.
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Tribunale Prato, N.263-21 Novembre 2007

(Tribunale Prato
N:263 - 21 Novembre 2007)

Giud. Rizzo – B. M., B. M., N. S. e, nella qualità di Consigliera di parità della Regione Toscana, C. M. (avv.ti Rusconi e Valenti), C. R., G. S., G. E., L. A., L. L. F., M. E., P. C., S. D., M. C. e, in qualità di Consigliera di parità della Regione Toscana, C. M. (avv. Bologni) c. Cariprato Spa (avv.ti Papaleoni e Cappellini).

Note: Donne, accesso al lavoro e progressioni di carriera

Discriminazioni – Discriminazioni di genere – Accertamento progressione automatica di carriera – Accertamento riconoscimento periodi di astensione facoltativa ai fini dell’anzianità – Retribuzione – Azione collettiva di discriminazione ex art. 4, legge n. 125/1991.

La condotta assunta dalla società convenuta (mancato riconoscimento dei periodi di astensione facoltativa quali periodi utili al computo dell’anzianità richiesta ai fini della progressione automatica di carriera e dei relativi benefìci economici) si risolve in una discriminazione indiretta ai sensi del comma 2 dell’art. 4, legge n. 125/1991. Le ricorrenti, quali fruitrici della tutela loro apprestata dall’art. 7, legge n. 1204/1971, sono state oggetto di una discriminazione in ragione del sesso, con la conseguenza che le loro carriere dovranno essere ricostruite computando nell’anzianità di servizio utile ai fini della progressione automatica (di cui all’art. 10 Ccnl Acri del 19 dicembre 1994) anche i periodi di astensione facoltativa per maternità
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Tribunale Firenze, Sez. I pen., N.2926-10 Dicembre 2007

(Tribunale Firenze, Sez. I pen.
N:2926 - 10 Dicembre 2007)

Giud. Boscherini – imputati C. F. (avv. Del Core), C. A. e R. A. (avv. Bestini), P. A. (avv. De Luca); parti civili S. F. e, in qualità di Consigliera di parità della Regione Toscana, C. M. (avv. Guidotti).

Note: Donne, accesso al lavoro e progressioni di carriera

Discriminazioni – Discriminazioni di genere – Attività di selezione del personale – Esercizio abusivo di intermediazione – Sanzioni penali – Risarcibilità del danno.

Il precetto dell’art. 10, d.lgs. n. 276/2003, non è rivolto a «chiunque», ma a chi gestisce agenzie per il lavoro e quindi dà luogo a una figura di reato proprio, che si aggiunge alla generale previsione degli artt. 1 e 16, legge n. 903/1977. Il reato in parola genera un danno morale al soggetto discriminato, consistente nella sofferenza psichica conseguente al rifiuto dell’esame della candidatura (per un lavoro che astrattamente poteva corrispondere alla sua preparazione professionale) fondato sul mero fatto di appartenere al genere femminile.
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La "neutralizzazione" della persona che lavora dietro il velo del principio di neutralità

Articolo scritto da: Pierluigi Digennaro

Il contributo esamina la sentenza della C.EDU Ebrahimian c. Francia, in materia di libertà di opinione, coscienza e religione. Dopo aver chiarito le questioni di fondo inerenti la pronuncia, si esaminano criticamente i passaggi fondamentali della stessa richiamando contestualmente i numerosi precedenti inerenti la questione al fine di mostrare continuità o contraddizioni. Infine, vengono chiariti gli effetti, sul piano del diritto al lavoro e della discriminazione sui luoghi di lavoro, derivanti dalla pronuncia e si sottolinea il difetto di impostazione delle questioni giuridicamente rilevanti

Corte Europea dei Diritti Umani, N.-26 Novembre 2015

(Corte Europea dei Diritti Umani
N: - 26 Novembre 2015)

Sez. Quinta, ricorso n. 64846/11 – Pres. Casadevall – Ebrahimian (Word, avocat) c. Francia (François Alabrune agente, direttore degli affari giuridici al ministero degli Affari Esteri).

Note: La "neutralizzazione" della persona che lavora dietro il velo del principio di neutralità
Parole chiave: rapporto di lavoro :: discriminazioni ::

Discriminazioni – Libertà di pensiero, coscienza, e religione nel rapporto di lavoro – Cedu – Lavoro a tempo parziale – Lavoro pubblico – Sanzione disciplinare – Restrizioni consentite – Margine di apprezzamento

Non si può ritenere che le autorità nazionali abbiano ecceduto il loro margine di apprezzamento nel riscontare che non vi fossero possibilità di riconciliare le convinzioni religiose di una lavoratrice che svolga una funzione pubblica con il divieto di manifestarle quand’anche ciò comporti la sanzione della perdita del lavoro, se ciò è dovuto alla volontà di dare precedenza al requisito della neutralità e imparzialità dello Stato e al funzionamento del servizio pubblico su basi di eguaglianza di trattamento dei pazienti.
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Un’altra freccia nell’arco del diritto antidiscriminatorio: il danno non patrimoniale con funzione punitiva

Articolo scritto da: Maria-Cristina Cimaglia

L'Autrice esamina una decisione molto importante di merito con la quale il diritto antidiscriminatorio si dota di un ulteriore strumento per garantirne l’effettività: la funzione punitiva assegnata al danno non patrimoniale. Nel conferire tale funzione alla tecnica di tutela risarcitoria si rafforza il potere deterrente dell’apparato a tutela delle vittime di discriminazioni, poiché si determina un incremento dei risarcimenti dovuti e soprattutto, come nel caso di specie, si legittima il risarcimento a titolo proprio a favore del Consigliere o della Consigliera di pari

Tribunale Pistoia, N.177-8 Settembre 2012

(Tribunale Pistoia
N:177 - 8 Settembre 2012)

Est. Tarquini – G.D. e B.M. (avv. Bruni) e Consigliera di parità della Regione Toscana (avv. Amoriella) c. R.M. e L.H.E. Srl (avv.ti D. Tofanelli, S. Grelli).

Note: Un’altra freccia nell’arco del diritto antidiscriminatorio: il danno non patrimoniale con funzione punitiva

Discriminazioni – Molestie sessuali – Legittimazione ad agire a titolo proprio della Consigliera di parità – Sussiste.

Le molestie sessuali operate a danno delle lavoratrici di un’azienda assumono il carattere di discriminazioni collettive e legittimano, pertanto, l’azione in giudizio a titolo proprio della Consigliera di parità.
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Il caso Hay e la Corte di giustizia: una nuova dottrina contro la discriminazione delle coppie omosessuali

Articolo scritto da: Francesco Rizzi

Il commento propone un'analisi della decisione della Corte di Giustizia nel caso Hay, inerente l'applicazione del divieto di discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale in merito al riconoscimento di benefici legati all'attività lavorativa ai dipendenti omosessuali uniti in un PACS. L'A. evidenzia come la sentenza rappresenti una positiva evoluzione della giurisprudenza della Corte per i diritti delle coppie dello stesso sesso perché i) assicura un'autonoma valutazione ai fini della comparazione operata dalla Corte e ii) estende il diritto alla parità di trattamento.

Corte di Giustizia, N.C-267/12-12 Dicembre 2013

(Corte di Giustizia
N:C-267/12 - 12 Dicembre 2013)

Sezione Quinta – Pres. von Danwitz, Avv. Gen. Jääskinen – F. Hay (avv. Lamamra) c. Crédit agricole mutuel de Charente-Maritime et des Deux-Sèvres (avv. Gatineau).

Note: Il caso Hay e la Corte di giustizia: una nuova dottrina contro la discriminazione delle coppie omosessuali
Parole chiave: discriminazioni :: coppie omosessuali ::

Discriminazioni – Art. 2, paragrafo 2, lettera a, Direttiva n. 2000/78/Ce – Divieto di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale – Contratto collettivo che riserva un beneficio ai dipendenti che contraggano matrimonio – Esclusione dei lavoratori omossessuali uniti in patto civile di solidarietà – Illegittimità.

L’art. 2, par. 2, lett. a, Dir. 2000/78/Ce, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretato nel senso che esso osta a una disposizione di un contratto collettivo a termini della quale a un lavoratore dipendente unito in un patto civile di solidarietà con una persona del medesimo sesso sono negati benefìci, segnatamente giorni di congedo straordinario e premio stipendiale, concessi ai dipendenti in occasione del loro matrimonio, quando la normativa nazionale dello Stato membro interessato non consente alle persone del medesimo sesso di sposarsi, allorché, alla luce della finalità e dei presupposti di concessione di tali benefìci, detto lavoratore che contragga matrimonio.
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