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Rps 3/4 2016

È disponibile online il numero doppio 3-4/2016 di Rps. Il fascicolo dedica la sezione monografica al Tema delle disuguaglianze economiche oggi in Italia.

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mercato del lavoro

Immigrazione irregolare. Definizioni, percorsi, politiche

Articolo scritto da:

Nella Sezione: Statuti della cittadinanza

L’immigrazione irregolare è un fenomeno difficile da definire in modo preciso giacché dipende dalle legislazioni nazionali che a loro volta sono eterogenee e spesso ambigue. Le sue cause rimandano ad una molteplicità di fattori: le sollecitazioni dei sistemi economici e dei mercati del lavoro, comprese le famiglie in quanto datrici di lavoro; la produzione istituzionale di illegalità da parte di sistemi regolativi che innalzano i requisiti richiesti per l’ingresso legale (ricongiungimenti familiari) e per la permanenza sul territorio; a carenza delle risorse che sarebbero richieste da politiche repressive più efficaci; il «vincolo liberale» che obbliga gli Stati democratici al rispetto dei diritti umani e all’accoglienza dei rifugiati; l’azione delle lobby umanitarie; l’aggiramento delle regole il favoreggiamento degli ingressi da parte delle reti di parenti e connazionali. Si rendono pertanto necessarie, a dispetto delle retoriche, manovre di vario tipo, volte a far emergere la componente sommersa della popolazione immigrata: 23 su 27 paesi dell’Unione europea ne hanno adottate negli ultimi dieci anni, e almeno 5 milioni di persone hanno potuto regolarizzare il proprio status.
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Gli effetti dell'allargamento a Est sull'immigrazione e sul mercato del lavoro

Articolo scritto da:

Nella Sezione: Scelte di policy e casi nazionali

Le politiche dell’immigrazione europee si trovano davanti a grandi sfide. Dopo molti anni di afflusso per lo più non regolato di stranieri nell’Ue è ora giunto il momento di impostare la questione in modo diverso, concentrandosi sui criteri economici e tenendo conto delle nuove realtà sociali ed economiche esistenti nell’Unione europea. Il reperimento di «potenzialità elevate» - che fino a questo momento hanno preferito l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti - deve diventare una pietra angolare della nuova politica dell’immigrazione dell’Ue. In vista dell’allargamento a Est, l’Unione deve concordare nuove normative o quote d’immigrazione per le persone altamente qualificate dell’Europa orientale. Chiudere le frontiere ai cittadini dei nuovi Stati membri per altri sette anni comporterebbe una perdita di capitale umano importante necessario a rafforzare ulteriormente la competitività di un’Unione europea più grande nell’economia mondiale.
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La via francese alla riduzione della durata del lavoro e le ragioni di uno scacco

Articolo scritto da:

Nel numero

Tempi e orari

Nella Sezione: Evoluzione delle logiche nazionali di organizzazione e gestione dei tempi di lavoro

L’orario di lavoro è sempre stato considerato in Francia una materia di responsabilità dello Stato. La legge sulle 35 ore settimanali è il frutto di una lunga tradizione di interventi statali sull’occupazione e sulle condizioni di lavoro. Questa modalità di gestione degli orari di lavoro non ha riscontro in altri paesi europei. In questo saggio viene presentata la specificità francese: una logica di partecipazione al mercato del lavoro sostenuta dallo Stato. L’obiettivo di creare occupazione attraverso una riduzione per legge dell’orario di lavoro ha portato il governo a redigere un insieme complesso di atti che non solo definiscono la durata del lavoro, ma riducono anche il contributo sociale, definendo un quadro preciso di negoziazione degli accordi collettivi. La maggior parte delle valutazioni sulle conseguenze della legge sulle 35 ore mostrano che i suoi effetti sull’occupazione sono limitati, di contro le relazioni tra le parti sociali non sono migliorate e le disuguaglianze tra lavoratori sono peggiorate. Si può affermare che la via francese si fonda sul presupposto del potere assoluto dell’azione pubblica e della razionalità dello Stato e sulla sfiducia nelle parti sociali.
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Disuguaglianze economiche e non solo: l’Italia del «malessere sociale»

Articolo scritto da:

Nella Sezione: Lavoro. Disuguaglianza e insicurezza in prospettiva economica

L’Italia è diffusamente percepita come un paese che vive una fase di «malessere», in larga parte riconducibile a questioni economiche. Eppure, tale «malessere» non sembra emergere dagli indicatori che dovrebbero rilevarlo. Disuguaglianza dei redditi e povertà sono sostanzialmente ferme da diversi anni. Queste note, dopo avere ricostruito l’evoluzione della disuguaglianza negli ultimi due decenni, si propongono di illustrare alcuni fenomeni in grado di dare conto della diffusa percezione di «malessere sociale» e che sfuggono ai tradizionali indicatori. In particolare, si considereranno: la crescente variabilità dei redditi nel tempo, che genera insicurezza; la tendenza alla polarizzazione dei redditi, che concorre alla segmentazione sociale e la persistenza delle disuguaglianza tra generazioni, che frena la mobilità sociale.
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L’impatto della crisi sui lavoratori stranieri. Migrazioni di ritorno in Campania

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Nella Sezione: Italia. Migrazioni interne processi di impoverimento e percorsi di ridefinizione del welfare

Il saggio analizza le migrazioni interne «di ritorno» al Sud degli immigrati aventi come destinazione prevalente la Campania. La regione, dopo aver svolto il duplice ruolo di area di transito e di stabilizzazione, diviene oggi meta prevalente degli immigrati licenziati in seguito alla crisi. In particolare, si approfondisce l’impatto che questi nuovi flussi interni hanno sulla coesione sociale sia nelle regioni di partenza che nel mercato del lavoro campano. Mediante interviste a testimoni privilegiati e immigrati si ricostruiscono i percorsi di skidding e di impoverimento nel quadro della crisi del modello napoletano di sopravvivenza che aveva garantito in passato forme di accoglienza, sia pure scadenti, anche agli immigrati in condizioni più precarie.
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Gli utenti extracomunitari dei Centri per l'impiego: un'indagine esplorativa

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Nel numero

Migrazioni

Nella Sezione: Immigrare in Italia. Il mercato del lavoro

Secondo quanto rilevato nell’ultimo «Monitoraggio sui Servizi per l’impiego» dell’Isfol la quota di lavoratori non comunitari iscritti ai Centri per l’impiego (Cpi) è di oltre 260 mila, con un’incidenza che a livello nazionale raggiunge il 6,5%, ma con picchi che in alcune province sfiorano il 30% degli iscritti. La stabilità e la consistenza della presenza delle comunità straniere in Italia si traduce, quindi, nel progressivo coinvolgimento dei servizi pubblici che si devono via via confrontare con un’utenza che, nella generalità dei casi, avanza richieste non riguardanti strettamente il mercato del lavoro, anche se a questo legate, alle quali è possibile rispondere soltanto con competenze e figure professionali specifiche.
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Repubblica Ceca - L'approccio individuale nella politica di attivazione

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Nella Sezione: Casi nazionali

La strategia dell’attivazione sembra ormai largamente diffusa. I principi dell’attivazione, la responsabilità individuale e la meritocrazia, fanno inoltre implicitamente parte della trasformazione del mercato. Nonostante nei paesi post comunisti la disoccupazione sia stata affrontata, in modo pragmatico, ricorrendo al pensionamento anticipato o escludendo la forza lavoro marginale dal mercato del lavoro, oggi le strategie di attivazione sono oggetto di maggiore attenzione. Questo articolo analizza le strategie di attivazione adottate nel mercato del lavoro della Repubblica Ceca, con particolare riguardo all’approccio individuale nel processo di attuazione della strategia europea. L’analisi si basa sullo studio di casi di uffici per l’impiego locali che adottano il programma dei Piani d’azione individuale.
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Crediti e competenze: dilemmi della messa in valore degli apprendimenti lungo il corso della vita

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Nella Sezione: Ue e confronti nazionali. La certificazione delle competenze

La messa in valore degli apprendimenti che ogni individuo matura nel corso della propria vita è parte del più generale problema di ridefinizione del funzionamento dei mercati del lavoro e, più ampiamente, dei rapporti fra economia e società. Riconoscimento, certificazione e trasparenza sono dunque concetti e «tecnologie» che hanno senso solo se si legano ad una nuova concezione dei diritti di cittadinanza e di occupazione, sostanziati nel riferimento – giuridicamente ancora irrisolto – del «diritto ad apprendere». Le politiche di learnfare pongono però problemi e rischi sociali in larga parte inediti, la cui risposta passa attraverso la riforma delle istituzioni e dei sistemi dell’offerta educativa e formativa, una generale qualificazione dell’organizzazione del lavoro e la ridefinizione del concetto stesso di rappresentanza.
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I bambini poveri diventano adulti poveri? Una comparazione tra paesi sulla dinamica generazionale del reddito

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Nella Sezione: Persisistenze di disuguaglianza e violazioni del merito. Analisi comparative e il caso italiano

Il saggio presenta una comparazione tra diversi paesi sulla mobilità generazionale del reddito ed esamina le ragioni che determinano il grado in cui nel lungo periodo il successo dei figli nel mercato del lavoro è legato a quello dei loro genitori. La misura in cui la condizione economica dei genitori è legata al successo nel mercato del lavoro dei figli in età adulta presenta variazioni molto significative nei paesi ricchi. La forza di queste associazioni non dovrebbe essere interpretata come un modo per indicare target o ricette per le politiche pubbliche. Viene messo a punto, come guida per l’intervento politico, un impianto di analisi che renda comprensibile il processo causale sottostante, e anche il concetto di pari opportunità.
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La macchina delle disuguaglianze

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Nella Sezione: Attualità. Cause conseguenze e rimedi degli squilibri nell’Europa globalizzata

La crescita delle disuguaglianze ha gravi effetti economici e sociali: sul piano macroeconomico accentua la caduta della domanda, riduce la mobilità sociale e colpisce i più giovani, aggrava la povertà e rende inadeguate le politiche redistributive e di welfare, concentra potere e ricchezza nelle mani dell’élite e minaccia la democrazia. Più complessa è l’analisi delle cause delle maggiori disparità di reddito: il cambiamento tecnologico e la globalizzazione hanno portato a strategie delle imprese che hanno ridotto occupazione e salari, specie per le qualifiche intermedie e basse; i rapporti di forza tra capitale e lavoro hanno mutato le condizioni sul mercato del lavoro, riducendo le protezioni dei lavoratori e il ruolo del sindacato, mentre si sono affermate rendite e remunerazioni altissime per manager e professioni particolari. L’espansione della finanza ha concentrato rendimenti e opportunità di reddito nel 10% più ricco della popolazione, la ricchezza è cresciuta a ritmi molto superiori al reddito, alimentata da bolle speculative finanziarie e immobiliari. Infine, le politiche dei governi hanno per tre decenni sostenuto – anziché contrastare e rovesciare – queste tendenze.
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