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Rps 2 2017

È disponibile online il numero 2/2017 di Rps. Il fascicolo dedica la sezione monografica al welfare occupazionale. Nella sezione Attualità si discute di diseguaglianze di salute.

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Welfare occupazionale e welfare state: incastri virtuosi?

2

2017

Aprile - Giugno

Presentazione

Il n. 2/17 di RPS dedica la sezione monografica all’analisi degli incastri, più o meno virtuosi, tra welfare occupazionale e welfare pubblico. Sulla scorta della letteratura esistente, specialmente di taglio comparato, la sezione fornisce una griglia analitica volta a cogliere le sfide emergenti dall’espansione del welfare occupazionale, nel quadro della più ampia trasformazione del welfare mix italiano. Al fine di valutare, accanto alle promesse anche i rischi, i profili di criticità e le sfide potenzialmente innescate dall’espansione del welfare occupazionale – in specie nella variante contrattuale – ci si concentra da un lato sui tratti caratteristici del welfare state «all’italiana»; dall’altro, sulle specificità dei diversi settori di politica sociale, al fine di analizzare i possibili «incastri» tra le forme preesistenti di welfare pubblico e i nuovi schemi occupazionali. Nella sezione Attualità si discute di disuguaglianze di salute, mentre il dibattito prende spunto dal tema al centro dell’ultimo libro di Chiara Saraceno sull’ovvietà del concetto di famiglia, spesso oggetto di ambiguità.
Prezzo:20.00€
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TEMA: Il welfare occupazionale: regole politiche attori

Welfare occupazionale: le sfide oltre le promesse. Una introduzione

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Se osservato in prospettiva comparata, il regime – o modello – di welfare italiano ha tradizionalmente mostrato un’accentuazione del ruolo svolto da due sfere istituzionali: lo Stato e la famiglia. Al contrario, il mercato (assicurazioni private) e i corpi intermedi (tra cui i sindacati) hanno giocato un ruolo marginale nel fornire protezione contro i diversi rischi e bisogni sociali. Nell’ultimo quarto di secolo, tuttavia, si può osservare come due diverse fasi (1992-95 e 2008-14) caratterizzate da crisi economica, occupazionale e di finanza pubblica, nonché accresciuta porosità del policymaking domestico a influenze e pressioni «esterne» – in primis da Unione europea e mercati finanziari (Ferrera e Gualmini, 1999; Jessoula, 2013; Sacchi, 2015) – abbiano rappresentato altrettante «giunture critiche» di tale modello di welfare. [...]
Premi di produttività e welfare aziendale: una riflessione sul caso italiano

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Al fine di aumentare la competitività diversi paesi hanno recentemente rafforzato la contrattazione decentrata, legando l’andamento dei salari con quello della produttività. In Italia, nelle ultime due Leggi di stabilità (per il 2016 e per il 2017), sono stati inseriti importanti interventi in materia di detassazione di premi di produttività e welfare aziendale. L’obiettivo primario di questa norma è quello di favorire la contrattazione decentrata, costruendo le condizioni fiscali favorevoli affinché aziende e lavoratori negozino salari integrativi; il risultato è stato anche quello di aumentare i salari netti di un gran numero di lavoratori. In secondo luogo si è permesso ai singoli lavoratori di scegliere liberamente se fruire di premi in denaro o in welfare benefits (condizionatamente alla presenza di un piano di welfare contrattato nell’accordo sindacale). In questo modo si è creato un incentivo ulteriore a negoziare in azienda. Ma si è anche sollevato un problema di potenziale sostituibilità del welfare nazionale con quello aziendale.
Il welfare aziendale e la sanità complementare. Alcuni costi nascosti

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Nell’arena pubblica è diffusa la tendenza a considerare le agevolazioni fiscali al welfare aziendale una win-win solution, una misura che produce benefici senza causare costi. Obiettivo dell’articolo è mettere in discussione questa posizione, focalizzando l’attenzione sulla sanità complementare. La tesi è che le agevolazioni fiscali alla sanità complementare, lungi dal rappresentare una win-win solution, comportino due insiemi di costi. Da un lato, creano iniquità fra coloro che ne beneficiano e coloro che, pur non beneficiandone, devono contribuire al loro finanziamento. Dall’altro lato, potrebbero generare ripercussioni negative sul Ssn.
Premio in welfare oggi, quale pensione domani?

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Con le novità introdotte dalle Leggi di stabilità 2016 e 2017 i lavoratori hanno la possibilità di convertire l’importo del premio di risultato in beni e servizi di welfare. La conversione è favorita da agevolazioni fiscali e contributive, vantaggiose sia per i dipendenti sia per le aziende. In particolare, non si applica alle somme convertite in welfare l’obbligo di versamento dei contributi previdenziali. L’articolo si pone come obiettivo l’analisi di vantaggi e svantaggi, per dipendenti e datori di lavoro, di tale provvedimento attraverso l’elaborazione di un calcolo della «perdita previdenziale» che il lavoratore subirà, una volta pensionato, a seguito della conversione annuale di tutto o parte del premio in welfare.
La difficile integrazione fra previdenza pubblica e privata in Italia

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L’articolo discute potenzialità e criticità degli schemi pensionistici integrativi privati in Italia. Si presentano i principali indicatori sullo sviluppo di tali schemi e alcune elaborazioni sulle performance dei fondi pensione privati e al contempo si ragiona sulle future potenzialità della previdenza integrativa nel contesto attuale in cui, da un lato, il continuo innalzamento dell’età pensionabile riduce la necessità di un’integrazione da fonte privata da parte dei lavoratori con carriere stabili e, dall’altro, vincoli di liquidità impediscono la partecipazione ai fondi pensione da parte di chi avrebbe invece bisogno di accrescere il futuro reddito da pensione, ovvero i lavoratori precari e più svantaggiati.
Fondi sanitari e policy drift. Una trasformazione strutturale nel sistema sanitario nazionale italiano?

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L’articolo analizza l’espansione in Italia dei fondi sanitari integrativi, finalizzati (teoricamente) a fornire prestazioni aggiuntive rispetto a quelle erogate dal Servizio sanitario nazionale. Tale espansione è stata sostenuta da vari fattori, fra cui lo sviluppo significativo degli schemi di welfare occupazionale nel corso degli ultimi anni. L’ipotesi principale avanzata nell’articolo è che aspetti positivi e negativi sembrano essere associati a questo fenomeno. Infatti, da un lato, i fondi sanitari integrativi hanno garantito una più ampia copertura nell’accesso alle cure per una parte significativa della popolazione italiana. Dall’altro lato, tuttavia, è emerso un impatto negativo in termini di differenziazione e dualizzazione fra categorie, a cui si aggiunge il rischio che, dato il crescente ruolo sostitutivo delle prestazioni erogate dai fondi sanitari integrativi, tali schemi possano trasformarsi in uno strumento per scardinare l’universalismo del Servizio sanitario nazionale, attraverso una dinamica di policy drift.
Welfare contrattuale e politiche di conciliazione, tra uguaglianza di genere e tempo per la cura

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Le politiche di conciliazione vita-lavoro hanno effetti non solo sull’occupazione femminile ma anche sulla distribuzione dei carichi di cura tra uomini e donne e, di conseguenza, sull’uguaglianza di genere. Analogamente, anche le iniziative di welfare aziendale in ambito di work-life balance possono avere implicazioni differenti sulle opportunità di conciliazione vita-lavoro e di carriera dei lavoratori a cui si rivolgono, e in particolare della componente femminile all’interno delle organizzazioni. Il presente contributo analizza le politiche implementate dalle aziende attraverso lo studio dei contenuti di 148 accordi aziendali siglati nel periodo 2004-2014, nel tentativo di individuare le implicazioni di diverse «strategie» aziendali in ottica di genere.
Salute e sostegno alla famiglia: il ruolo degli enti bilaterali territoriali

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Il «welfare bilaterale» potrebbe rivelarsi una strada promettente per offrire «welfare in azienda» ai lavoratori impiegati in settori produttivi frammentati, tendenzialmente esclusi dallo sviluppo di welfare occupazionale su base strettamente aziendale. Ma quali sono, oggi, le prestazioni di welfare offerte ai lavoratori iscritti alla bilateralità? Per rispondere a tale quesito, l’articolo propone una mappatura delle misure messe in campo dagli enti bilaterali territoriali attivi nei settori economici dell’edilizia, dell’agricoltura, dell’artigianato, del terziario (commercio e servizi) e del turismo, focalizzandosi su due aree di policy che, per motivi diversi, presentano aspetti problematici nel contesto del welfare state italiano: l’assistenza sanitaria e le misure a sostegno della famiglia. L’analisi delle evidenze empiriche raccolte consente di avanzare alcune riflessioni su limiti e prospettive del welfare bilaterale quale tassello delle dinamiche di riconfigurazione del sistema italiano di protezione sociale
Sindacato, sindacati e la sfida del welfare contrattuale

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In un periodo di sostanziale assenza della concertazione e di tendenza all’azione unilaterale dei governi, si assiste a una ripresa dell’unità sindacale, da cui consegue anche un generale allineamento delle posizioni delle principali confederazioni sindacali circa l’opportunità di sviluppare il welfare occupazionale. Sviluppo che sembra essere per il sindacato sempre più legato alla configurazione della contrattazione collettiva: dalle spinte al decentramento alle dinamiche di concession bargaining. In queste tendenze si osservano le differenze principali tra le confederazioni e le categorie che mostrano visioni diverse, ma non conflittuali, circa il potenziamento del livello aziendale del welfare integrativo e il dibattito relativo alla possibile «erosione» dei premi di produzione.
Associazioni datoriali nelle politiche di welfare: il caso delle politiche di conciliazione in Germania e in Italia

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Per lungo tempo, l’approccio prevalente negli studi sul welfare ha ipotizzato che le organizzazioni datoriali siano contrarie alle politiche sociali o tendano a limitarne al minimo l’introduzione e l’espansione. Negli ultimi quindici anni, però, un corpo crescente di letteratura scientifica ha iniziato ad analizzare il ruolo dei datori di lavoro in maniera più puntuale, articolando maggiormente il ragionamento attorno al ruolo di tali attori, evitando eccessive semplificazioni. Una serie di ricerche sottolinea come l’interesse di una parte degli imprenditori di disporre di una forza lavoro qualificata possa spingere le associazioni datoriali a sostenere riforme espansive nel campo del welfare. L’idea principale dietro questa nuova letteratura è che non necessariamente gli imprenditori e le loro associazioni sono contro le politiche sociali. Al contrario, essi potrebbero avere una serie di ragioni (economiche e strategiche) per sostenerle attivamente. In questo articolo analizziamo il ruolo delle associazioni imprenditoriali in particolare in relazione allo sviluppo di politiche di conciliazione fra attività di cura verso i figli e lavoro in due paesi: Germania e Italia.
La nuova stagione del welfare contrattuale

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Se fino a ieri il welfare contrattuale era questione interna alle vicende contrattuali delle singole categorie del sindacato e si trattava di un fenomeno alimentato prevalentemente da contribuzione «aggiuntiva» rispetto alle dinamiche salariali, oggi, costituisce un fenomeno sostanzialmente diverso, caratterizzato da due elementi nuovi: da una parte, il definanziamento della spesa pubblica in tutti i settori legati alla salute, all’assistenza e ai servizi alle persone con un contemporaneo finanziamento pubblico delle forme di welfare privato prodotto dalla contrattazione; dall’altra, l’individuazione delle principali attività del welfare, a partire dalla sanità, quali terreni di vero e proprio business. È evidente che nel momento in cui il welfare contrattuale intreccia la sfera universale dei diritti delle persone non può più essere considerato una questione dei singoli attori negoziali, ma va ricondotto ad un progetto condiviso da tutti i soggetti, inclusi ed esclusi o a rischio di esclusione dai diritti e dalle politiche di tutela. Ecco perché è necessario che il sindacato elabori un proprio, autonomo progetto di welfare territoriale [...]
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ATTUALITÀ: Le diseguaglianze di salute in Italia

A due anni dal rapporto sull’Equità di salute in Italia: percorsi e prospettive

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Le disuguaglianze sociali nella salute, ovverosia gli eccessi sistematici ed evitabili negli indicatori di salute a carico delle fasce meno avvantaggiate della popolazione, hanno in Italia un’intensità moderata, soprattutto grazie alla distribuzione socialmente equa di una serie di fattori protettivi, quali la dieta mediterranea e il capitale sociale, e il ruolo compensativo del Servizio sanitario. Tuttavia, la crisi economica e il trend sociale di alcuni fattori di rischio hanno messo a repentaglio questo vantaggio e hanno reso urgente lo sviluppo di una strategia nazionale di contrasto, come tra l’altro richiesto dall’Unione europea. E in effetti, trainato dal commitment iniziale della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e dalla pubblicazione di un Libro verde, si è innescato nel 2011 il tentativo di aumentare la consapevolezza riguardo a questo problema tra i decisori politici e gli stakeholder sanitari e no, di identificare le priorità verso le quali orientare le policy di riduzione delle disuguaglianze e di delineare azioni efficaci e innovative. L’articolo ne ripercorre le tappe principali.
La salute dei più fragili: nicchie di diseguaglianze, cicatrici e innovazione sociale

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Le disuguaglianze di salute sono importanti non solo per il danno al benessere della popolazione, ma anche perché rappresentano indicatori del grado di giustizia sociale e della civiltà di un paese. Nella letteratura nazionale e internazionale ci sono prove che dimostrano l’efficacia di specifici interventi nel produrre effetti positivi sulla salute: sono azioni che i governi dovrebbero adottare come priorità, anche e soprattutto durante periodi di crisi economica. Al contrario, come attesta anche la letteratura internazionale, quasi tutti i paesi colpiti dalla recessione non hanno adottato tempestivamente programmi per monitorare gli effetti delle restrizioni economiche in ambito sanitario. E a fronte di una generalizzata scarsità di risorse destinate ai sistemi pubblici di tutela della salute, si fanno strada nuovi strumenti finanziari per sostenere i bisogni sociali e socio-sanitari. Tale collaborazione tra settore pubblico e finanza privata potrebbe rappresentare uno degli strumenti per affrontare la mancanza di risorse pubbliche, ma ancora mancano evidenze in tal senso. I rischi e le criticità di questo approccio sono discussi nell’articolo.
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DIBATTITO: Che cos’è la famiglia?

La famiglia: da costrutto sociale a entità economica

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In questo articolo si guarda a due visioni teoriche della famiglia, quelle di Friedrich Engels e Gary Becker, entrambe criticate dalla letteratura economica di stampo femminista. Nello scrivere, le autrici si ispirano a una frase presente nell’introduzione del libro di Chiara Saraceno (2017): «Il lettore non troverà» – nel libro come nell’articolo – «definizioni univoche di cosa sia, o dovrebbe essere, la famiglia, piuttosto interrogativi, dubbi, suggerimenti per cambiamenti di prospettiva».
Famiglia e welfare tra cambiamenti e nuove sfide

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L’articolo prende spunto dal dibattito pubblico e scientifico sul tema al centro dell’ultimo libro di Chiara Saraceno (L’equivoco della famiglia, 2017) sull’ovvietà del concetto di famiglia, spesso oggetto di ambiguità. L’equivoco, infatti, nasce dal fatto che, pur essendo in continua trasformazione, la famiglia in Italia continua ad assumere un ruolo prioritario a livello sociale, mentre le politiche sociali e i diritti normativi restano ancorati a precedenti equilibri, diversamente da quanto avviene in altri contesti europei.
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APPROFONDIMENTO

Quanto mobile? I percorsi lavorativi di due coorti di ultracinquantenni beneficiari dell’indennità di mobilità

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L’articolo si focalizza sui percorsi professionali a fine carriera, in relazione alle diverse esperienze di protezione sociale, occupazione, disoccupazione, inattività e pensionamento a partire dai risultati di un’analisi condotta su dati statistici di fonte Inps relativi all’evoluzione annuale della condizione lavorativa di due «generazioni» di lavoratori over 50 beneficiari dell’indennità di mobilità all’anno 2000 e all’anno 2005. Lo studio descrive e analizza comparativamente i percorsi professionali osservati negli otto anni seguenti l’evento che ha portato all’accesso all’indennità di mobilità, focalizzandosi sulla differente evoluzione della condizione lavorativa per coorte, per classe d’età. I risultati di questa analisi sono poi inquadrati all’interno di una più ampia interpretazione di Political Economy of Ageing che tiene conto delle trasformazioni del contesto di regolazione istituzionale.
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Rubrica

Populisti: quando l’antipluralismo incontra il welfare state

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L’articolo ha come oggetto il tema del populismo che negli ultimi anni si è manifestato nei paesi europei e del suo rapporto con le politiche sociali. Dopo un’analisi del nuovo rapporto fra leader e partiti, l’articolo si concentra sul profilo dei leader populisti e sugli argomenti che comunicano. Popolo, confini, globalizzazione ed élite: l’antipluralismo espresso da molti presenta coordinate precise, originate dalla perdurante crisi economica e da temi trascurati dalla politica tradizionale. Al punto che le politiche di welfare, qualora lasciate nelle mani dei leader populisti, rischiano seriamente di trasformarsi in strumenti per destabilizzare le democrazie liberali. Nelle considerazioni conclusive viene articolata una prima risposta alle questioni affrontate nel contributo.